“La bohème” torna alla Scala nello storico allestimento di Franco Zeffirelli


Uno spettacolo e una direzione che vanno al cuore della poetica musicale pucciniana.

Ogniqualvolta la Scala “osa” riprendere uno spettacolo di Franco Zeffirelli – e sarebbe un sogno poter rivedere Un ballo in maschera, Otello e Turandot – i molti detrattori e oppositori storici del grande regista fiorentino insorgono al grido di: “rottamateli, sono spettacoli vecchi e polverosi, puro décor senza sostanza drammatica”. 

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Ovviamente, dopo aver sorriso dinanzi all’ennesima presa di posizione di questa insensata furia iconoclasta, si è ben felici di rivedere sul palcoscenico scaligero l’ennesima ripresa de La bohème di Puccini che Zeffirelli firmò nel lontano 1963. Dopo cinquantaquattro anni, questo spettacolo si conferma forse il più bell’allestimento di Bohème che si sia visto fino ad oggi. Lo è perché, anche se rimontato da Marco Gandini perdendo in fedeltà rispetto al modello registico originale e con perdonabili eccessi (come il carretto di giocattoli di Parpignol colorato al technicolor e trainato da un somarello), resta esempio di un regista e scenografo (i costumi, altrettanto splendidi, sono di Piero Tosi) la cui classe figurativa va all’essenza di un clima espressivo che coglie nel segno lo spaccato “bohémien” di una Parigi dove la “joie de vivre” e la tragica storia d’amore ricca di sentimenti sono assai vicini allo spirito musicale dell’opera, attraverso quel sentimentalismo pieno di commozione spesso e volentieri schiacciato da registi contemporanei, convinti che per narrare una storia d’amore dal finale così straziante si debba ignorare ciò che la musica invece trasmette a piene note.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Non saranno certo le idee di registi affamati di protagonismo a negare a questo spettacolo la poesia che ancora riesce a trasmettere mostrando la grigia soffitta disordinata e umile dei bohémiens, affacciata sui “cieli bigi” di Parigi; la folla gioiosa del Caffè Momus e il boulevard del quartier Latino vestiti a festa per la vigilia del Natale, con quella scena disposta su due piani separati che è una vera gioia per l’occhio, fino alla morbida nevicata che scende sul quadro della barriera d’Enfer, immersa nella penombra nebbiosa dell’alba, rotta solo dal bagliore rossastro delle luci del cabaret dove lavora il pittore Marcello.

Riprendere questo spettacolo è doveroso, mandarlo in pensione sarebbe insensato, anche perché, si aggiunga, al pubblico – formato non solo da cretini come alcuni pensano – piace, in barba allo snobistico straparlare di una certa frangia di critica.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Una volta ammirata la bellezza dello spettacolo, questa ripresa di Bohème alla Scala si segnala anche per valori esecutivi che vanno dal cast, ma prima ancora dalla direzione di Evelino Pidò, che fa il suo debutto ufficiale alla Scala dopo essere stato chiamato, l’anno passato, a sostituire all’ultimo minuto l’indisposto Nicola Luisotti per una sola recita di Rigoletto. Maestro attivo nei più grandi teatri d’Europa, Pidò conosce come pochi il repertorio italiano e a questa Bohème dona equilibrio di tenuta, trasparenza sonora, all’occorrenza brillantezza di tocco ma, soprattutto, sentita commozione, avvolta da sonorità calde e sincere, pronte a donare al sentimentalismo della partitura un taglio sfumato e coinvolgente.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Il cast ha due protagonisti di valore. Fabio Sartori, Rodolfo, ad onta di talune emissioni rugginose, dovute non a carenze tecniche ma a caratteristiche intrinseche del timbro, canta con generosa disinvoltura, svetta in acuto con sicurezza e, quando vuole, sa anche sfumare i suoni. La bulgara Sonya Yoncheva, già affermata fra le migliori stelle del firmamento sopranile odierno, è una Mimì di grande rilievo. La voce si espande in sala con facilità e sfoggia, oltre al bel calore morbido, una luminosità vocale squisitamente lirica, sostenuta da ottime intenzioni espressive, che confermano in lei una cantante di classe.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Buono il contributo degli altri interpreti: il Marcello di Simone Piazzola, il cui timbro vocale naturalmente soffice è sembrato un po’ appannato, così come quello comunque ancor efficace del Colline di Carlo Colombara, mentre Mattia Olivieri è uno Schaunard di scatenato dinamismo giovanile. Ottima anche la Musetta di Federica Lombardi, che ha voce dalle sonorità liriche e ottima presa di possesso del personaggio, senza mai scadere in inopportune concessioni soubrettistiche. Funzionali tutti gli altri: Davide Pelissero, Benoît, Luciano Di Paquale, Alcindoro, Francesco Castoro, Parpignol, Gustavo Castillo, Sergente dei doganieri, Rocco Cavalluzzi, Un doganiere, Jeremy Schütz, Venditore ambulante.

Sala affollatissima e successo senza macchia. La bohème al pubblico piace così.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

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