Gran Bretagna, urne anticipate puniscono la May

Con le elezioni anticipate in genere funziona così: chi vi fa ricorso viene punito dagli elettori. Specie se a volerle, ad ogni costo, è qualcuno che già dispone di una maggioranza parlamentare favorevole e il ritorno alle urne assume quasi la pretesa di stravincere, schiacciando magari i propri avversari interni. Capitò al gollista Jacques Chirac nel 1997 che sciolse l’Assemblea nazionale, un anno prima della scadenza naturale, per poi trovarsi a coabitare per cinque anni col socialista Lionel Jospin. Succede oggi a Theresa May che invece di ricevere dagli elettori la maggioranza assoluta che aveva chiesto si vede restituita una semplice maggioranza relativa. E a conti fatti le è ancora andata bene. Matteo Renzi, ossessionato dal voto anticipato, ci faccia dunque un pensiero.

L’esito delle elezioni britanniche è punitivo per i conservatori che perdono 12 seggi, toccando quota 318 su 650, mentre i laburisti ne guadagnano 29 portandosi a quota 261, grazie alla buona prova del loro leader Jeremy Corbyn. Per la May il voto, che doveva sancire in modo pieno e totale la sua leadership in vista delle complesse trattative sulla Brexit, diviene un cammino tutto in salita, a cominciare dalla formazione del nuovo governo. Scartato il coinvolgimento dei liberali, il cui europeismo fa a pugni con l’euroscetticismo dei conservatori, in pista rimangono gli unionisti irlandesi. Saranno i loro 10 seggi a dar vita ad un esecutivo di coalizione che si regge su una maggioranza risicata.

Di certo la pratica Brexit sarà più difficile di prima da portare avanti. Specialmente nella sua versione hard, tentando cioè di strappare accordi commerciali con l’Europa senza nulla concedere in tema di circolazione delle persone. D’altronde, al di là del risultato elettorale, è proprio nel suo insieme che la partita del dare e avere si rivela penalizzante per Londra, in un contesto nel quale risulta ancora poco comprensibile come saranno gestiti i futuri rapporti con l’Europa. Peraltro alcuni temi, come la lotta al terrorismo, travalicano la diatriba con l’Unione ed è interesse comune avviare la più ampia collaborazione possibile.

Più in generale la Gran Bretagna dovrà trovare una nuova collocazione sullo scacchiere mondiale. C’è chi immagina il ripristino degli antichi legami del Commonwealth come contraltare alla mancata partecipazione al processo di unificazione europea. Resta poi da vedere quale sarà il rapporto con Washington e con un presidente come Donald Trump per nulla interessato all’Europa. E Londra, in fin dei conti, appartiene pur sempre a quest’area geografica che la Casa Bianca considera di secondo piano.

Sul fronte interno la Brexit farà sentire i suoi effetti soprattutto se Londra non riuscirà a stipulare intese con l’Unione per un mercato il più possibile aperto. Un problema che il mondo economico britannico, non a caso filo europeo, ha ben chiaro da tempo e che invece pare sfuggire a larga parte della classe politica. I conservatori guidati dalla May hanno mandato in soffitta il vecchio thatcherismo e ripudiato il liberismo di Cameron, puntando su quello che viene definito lo Stato compassionevole. Un’illusione che non può certo sostituire un moderno welfare poiché stiamo parlando di diritti dei cittadini e non di una pur meritoria filantropia delle classi più abbienti verso quelle che lo sono meno.

Sul fronte laburista va dato merito a Corbyn di avere posto al centro della sua campagna elettorale quelli che sono i grandi temi di una forza di sinistra: dalla sanità pubblica ad una fiscalità progressiva, ad un’università accessibile a tutti, alla nazionalizzazione di alcuni servizi pubblici, a cominciare dalle ferrovie, più che mai costose ed inefficienti. Ogni Paese fa storia a sé ma è chiaro come quella laburista sia una piattaforma ricca di spunti anche per la sinistra continentale, che dovrebbe smetterla di copiare la destra liberista e di essere succube dei potentati economici.

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