Manchester, kamikaze tra i teenagers

Ieri sera a Manchester, nel nord dell’Inghilterra,al concerto di Ariana Grande, star americana dei teenagers, c’era tanta gente allegra, giovani soprattutto. Momenti di musica e di gioia, come sempre accade in occasioni del genere a tutte le latitudini. Poi ecco irrompere la follia terrorista: un kamikaze si fa saltare in aria e siamo qui, come altre volte, a contare morti e feriti.

Questa volta nel mirino ci sono i nostri giovani, i nostri ragazzi, alcuni appena bambini. La vile ferocia del fondamentalismo Isis, che ha poi rivendicato la strage, non ha limiti e torna colpire nel modo peggiore. Ventidue le vittime, tra cui una bambina di appena otto anni, decine e decine i feriti, alcuni in pericolo di vita. Chiaro il messaggio che è quello, ormai consolidato, di colpirci nella nostra vita quotidiana, quando ci rechiamo al lavoro o, come ieri sera, quando ci abbandoniamo al divertimento e allo stare insieme. Cose che, i kamikaze, pronti a distruggere persino la propria vita, pur di far prevalere il loro fanatismo, certo non conoscono, rinchiusi come sono nel loro mondo di fanatismo e di odio.

Come difenderci in modo realmente efficace da una violenza cieca ed improvvisa? E’ indubbia la nostra vulnerabilità, specie pensando che l’autore della strage, come spesso accade è un nostro concittadino, non un immigrato che viene da lontano. A Manchester l’attentatore è un giovane britannico e dunque, una volta di più, è insensato confondere l’immigrazione con il terrorismo, come troppo spesso fanno quelle forze di estrema destra che prosperano attizzando paure e pregiudizi di ogni genere.

Nessun cedimento alle chiusure nazionaliste o alle logiche identitarie. Semmai invece, e continuiamo a dirlo con sempre maggior convinzione, va fatto qualsiasi sforzo per costruire più robuste basi per una nuova convivenza tra i popoli. Ecco allora che la sfida dell’integrazione europea diviene, almeno per i popoli del vecchio continente, il primo e più concreto gradino per fare decisivi passi in questa direzione. Perché questo significa maggiore cooperazione contro il terrorismo, controllo sovranazionale delle comuni frontiere europee, comune coordinamento investigativo, armonizzazione delle banche dati e intensificazione degli scambi informativi.

Spiace allora che proprio la Gran Bretagna, colpita ieri in un modo tanto crudele, abbia pensato di chiamarsi fuori da questo grande percorso comune. In ogni caso, Brexit o meno dobbiamo comunque costruire con Londra nuovi rapporti di collaborazione. Siamo infatti chiamati, tutti quanti noi europei, a lavorare insieme perché dinanzi abbiamo un nemico capace di tutto. E solo l’unione ci darà la forza per batterlo.

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