Un libertino impunito

Torna al Teatro alla Scala il Don Giovanni di Mozart nel geniale allestimento di Robert Carsen.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Don Giovanni di Mozart torna alla Scala di Milano nell’allestimento che inaugurò la stagione 2011-2012. Oggi, come già allora, lo spettacolo di Robert Carsen, che omaggia la sala del Piermarini con quel susseguirsi di sipari che riflettono la platea e talvolta la coinvolgono nel gioco scenico animatissimo e a flusso continuo, appare originale nel delineare il protagonista come il motore dal quale muove ogni cosa; non più l’incarnazione del dissoluto che va punito, dell’uomo attratto da un istinto vitale verso la psicosi sessuale che sfocia nella malvagità e nella noncuranza per le sofferenze che provoca sugli altri, bensì un seduttore calato in un contesto visivo che lo spettacolo rende trasognato e visionario nel movimento incessante di quinte immerse in una luce sfumata.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Un Don Giovanni esistenzialista, che ha capito come la vita sia un gioco cosmico da vivere senza limiti e senza freni, cogliendo sempre, istante dopo istante, l’attimo fuggente senza timore di essere dannato. Un protagonista che, fin dall’inizio dell’opera, ha ragione su tutti, facendo apparire gli altri personaggi la quinta essenza di quel conformismo che alla fine ricadrà sul loro agire ipocrita, mentre lui si salverà; anzi, riuscirà, dopo essere sprofondato negli inferi, a resuscitare per avanzare al proscenio, con un sorriso beffardo stampato in faccia, così da assistere, mentre fuma con indifferenza una sigaretta, alla punizione destinata a chi lo ha giudicato.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

All’inizio dell’opera, sulle note dell’Ouverture, Don Giovanni sale sul palcoscenico dal palco di proscenio e strappa il sipario della Scala che, cadendo ed ammucchiandosi a terra, scopre uno specchio che riflette il pubblico seduto in sala e nei palchi. Il gesto risulterà chiaro soprattutto alla fine dell’opera, quando sarà il protagonista a giudicare coloro che l’hanno condannato (compresi noi stessi del pubblico, riflessi sullo specchio mobile in maniera indefinita), per far trionfare il suo libero agire in uno spazio teatrale che ne alimenta il mito e rende appunto Don Giovanni un pensatore fuori da ogni scontato schema e dai tratti quasi metafisici. I sopracitati pannelli, che riproducono la Scala con sipari e quinte a successione prospettica, creano nel loro perpetuo movimento un quadro teatrale mobilissimo, reso ancor più efficace da un gioco di luci che immergono la vicenda in un’atmosfera quasi ipnotica, specchio della sfuggente impenetrabilità del mito di Don Giovanni, seduttore trasognato, eppure determinato a far trionfare il suo libero arbitrio contro ogni convenzione.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Questa rilettura del libertino mozartiano trova nel Don Giovanni dandy e maturo di Thomas Hampson un protagonista di levatura interpretativa superiore ma dalla vocalità stanca e spesso opaca. Certo, da liederista di razza quale è, minia la serenata da par suo, ma nel brindisi arranca, pasticcia qualche recitativo e ha una emissione non sempre ortodossa. Ciò detto, penso che pochi cantanti riescano oggi a cogliere come lui un personaggio come questo, con un magnetismo signorile e disincantato. Luca Pisaroni non cede mai alla tentazione di fare di Leporello un servitore sovreccitato e sopra le righe, nervoso anche quando non dovrebbe esserlo. Con la sua voce di bell’impasto morbido canta benissimo l’aria del catalogo, fraseggia con cura e ci consegna un personaggio autentico, vittima di una vita che forse non avrebbe voluto vivere ma nella quale è stato coinvolto.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Il livello della compagnia di canto scende sensibilmente dinanzi alle prove del tenore Bernard Richter, Don Ottavio dalla vocalità sonora nei centri ma troppa dura per rendere giustizia alla delizia delle sue magnifiche arie, e del Commendatore del basso Tomasz Konieczny, ma si risolleva dinanzi all’effervescente Masetto di Mattia Olivieri, scenicamente appropriato e vocalmente più a fuoco rispetto alla passata esperienza di ascolto scaligera come Belcore nell’Elisir d’amore di Donizetti.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Il settore femminile del cast lascia perplessi. Non si può affermare che Hanna-Elisabeth Müller, Donna Anna, Anett Fritsch, Donna Elvira, cantino male; anzi hanno voci luminose e incisive. La seconda forza un po’ l’emissione, forse per rispondere all’idea di un personaggio isterico e sovreccitato. Ma il punto dal quale nascono le perplessità è che entrambe sono cantanti tedesche, hanno scarsa conoscenza del cantar Mozart all’italiana e sono spesso fredde e rigide nel dar anima ad un fraseggio che appare più studiato che sentito. Da loro si differenzia la brava Giulia Semenzato, che con la sua voce piccola ma ben emessa dona freschezza e pulizia di suono ad una Zerlina da ammirare anche per il bel garbo scenico.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Dal podio dell’orchestra scaligera la bacchetta di Paavo Järvi smagrisce le sonorità, appiattisce tempi, ritmi e colori, manca insomma di fantasia, così da rendere il suo Mozart privo di personalità. Ed è un peccato perché sulla scena, vuoi per le belle idee della regia, vuoi per il carisma di alcuni interpreti, si potevano cogliere diversi spunti per evitare di rendere musicalmente così anonimo questo applaudito ritorno del Don Giovanni sul palcoscenico scaligero.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

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