Se Trump diventa “buono” si rischia l’irreparabile

La risposta bellica data dagli Stati Uniti all’uso di gas sui civili sul territorio siriano nei pressi di Khan Sheikhoun, oltre a costituire una palese violazione del diritto internazionale, un attacco ad uno stato sovrano, è avvenuta senza alcun elemento comprovante la responsabilità del regime siriano. Anzi, il tipo di gas usato è lo stesso che era a disposizione dei terroristi di Jabhat Fatah Al-Sham nell’agosto del 2013, allora denominati al Nusra, e dotati da sauditi e turchi di queste armi chimiche per compiere stragi sulla popolazione in modo da provocare un intervento internazionale che solo la ferma opposizione della Russia e della Santa Sede, insieme ad una tacita ma altrettanto ferma contrarietà della Cina, riuscì a scongiurare. Analisti ed esperti (in Italia nomi del calibro di Arpino, Gaiani e altri), che pure hanno avuto qualche sprazzo di visibilità sui media in mezzo ad un mare di propaganda, all’unisono hanno rilevato quanto sarebbe stato irragionevole un eventuale ricorso di Assad all’uso di armi chimiche, a maggior ragione mentre sta procedendo la dissoluzione dell’Isis.

La reazione militare degli Usa appare affrettata, sconclusionata ma soprattutto ambigua. Se essa costituisce un espediente di un presidente che si sente accerchiato, un contentino ai suoi molti nemici – Democratici, liberal, progressisti, tra gli stessi Repubblicani, a partire da McCain, la grande stampa politicamente corretta e mai sazia di veder scorrere il sangue in Medio Oriente, i vertici indispettiti e ormai politicamente al capolinea dell’Unione Europea, da Hollande, alla Merkel, da Juncker e Mogherini a Gentiloni, tutti per una volta uniti, dopo feroci critiche a Trump nel lodare la cosa peggiore della sua presidenza – ciò finirà per indebolire il presidente americano.
Lo si è visto subito dal messaggio con cui Donald Trump ha annunciato l’attacco “punitivo” verso Assad: una delle dichiarazioni più stolte ed avventate che il tycoon abbia mai pronunciato, zeppa di falsità (”siamo assolutamente certi” della responsabilità della Siria) senza neanche la famigerata fiala di Colin Powell che portò alla devastazione dell’Iraq. Eppure, stranamente (?), questa volta nessuna levata di scudi, nessun tiro al bersaglio contro il presidente da parte della grande stampa. Evidentemente, quella parte di establishment cui risponde il mainstream mediatico, che governa l’Europa e che controlla ancora in gran parte la Superpotenza nonostante la sconfitta del novembre scorso, considera un dettaglio trascurabile la violazione del diritto internazionale quando serve a far avanzare il proprio Progetto.

Se invece l’atto di guerra contro la Siria dovesse significare un cambio di strategia dell’attuale Amministrazione americana, ovvero un ritorno ad Obama, allora il conflitto siriano potrebbe andare incontro a degli sviluppi incontrollabili. Infatti, la Siria è divenuta, suo malgrado, il banco di prova del multilateralismo. Ossia: dopo la distruzione della statualità in Libia operata nel 2011 dalla Clinton per conto dei neoconservatori e con il concorso della Francia e della Gran Bretagna, e il tentativo di destabilizzare l’Egitto, poi stroncato dal colpo di stato che ha riportato al potere i militari, le altre potenze mondiali, segnatamente Russia e Cina, hanno diffidato l’Occidente dal compiere altri passi “unilaterali”. E la bandierina, il limite invalicabile è stato posto proprio sulla Siria, la cui autonomia dalla sfera occidentale le due suddette potenze nucleari non sono disposte a sacrificare. È quanto deve aver ricordato, con ogni probabilità anche se non oggetto di comunicati ufficiali, il 6 aprile scorso il presidente russo Putin nella telefonata al suo collega israeliano Netanyahu, che è stato uno dei primi leaders a puntare l’indice verso Assad dopo l’uso delle armi chimiche in Siria.

In sostanza l’altra metà del mondo in questo XXI secolo, chiede di poter concorrere alla gestione della politica mondiale, in amicizia con l’Occidente. Si tratta di quello che viene definito il passaggio da un modello di governance unilaterale, della sola superpotenza americana, ad un modello “multipolare” aperto alle principali aree geopolitiche del Pianeta. Se, quindi, il lancio di missili in Siria dovesse significare il ritorno degli Stati Uniti ad uno schema unipolare, si preparerebbero dei giorni cupi per il mondo. Uno scontro diretto in Siria fra Stati Uniti e Russia finirebbe per trasformare la nostra Europa, molto prima di quanto si immagini, in un campo di battaglia, della battaglia finale di un conflitto iniziato in Siria che finora non si è voluto fermare nonostante fosse chiara, e vertiginosa, la posta in gioco sin dall’inizio.

Il segnale premonitore di questo rischioso epilogo lo si potrà cogliere sui media. Se e quando questi smetteranno di dipingere Trump come un pagliaccio, se inizieranno a parlarne bene, o perlomeno cesseranno gli attacchi nei suoi confronti, vorrà dire che si avvicineranno giorni di più grandi sciagure.

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