Legge elettorale: fretta cattiva consigliera, serve un testo condiviso

“Nei Paesi civili si va alle elezioni a scadenza naturale e da noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe tornare a votare a scadenza naturale o se mancano le condizioni per continuare ad andare avanti”. Così, con la consueta lucidità cui ci ha abituati nei suoi nove anni al Quirinale, l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fotografato l’attuale situazione di un mondo politico che pare incapace di muoversi nell’interesse del Paese, perseguendo invece, in non pochi suoi esponenti, meri calcoli di bottega. Stiamo parlando, come è ovvio, della fretta con cui si vorrebbe correre alle elezioni purchessia, quasi indipendentemente dalla legge elettorale, incuranti del rischio che possa aprirsi poi una legislatura priva di maggioranza.

Il referendum del 4 dicembre, che ha visto battuta la riforma costituzionale predisposta dalla maggioranza segna certamente uno spartiacque. In queste condizioni poteva anche esser logico andare subito al voto, per chiedere ai cittadini un fresco mandato di governo e, in definitiva, per aprire una nuova fase politica. Purtroppo questa strada è impraticabile poiché manca il presupposto (ed è la prima volta nella lunga storia repubblicana) di una legge elettorale comune, o per lo memo armonizzata, tra i due rami del Parlamento.

E qui, va detto, emerge l’insipienza dell’attuale classe politica, specie quella di maggioranza, che confidando nell’esito positivo del referendum, e dunque nella conseguente differenziazione del Senato, non si è premurata di fare un’idonea legge elettorale per i senatori, lasciando in vigore il Consultellum, uscito da una pronuncia della Corte costituzionale. Il cosiddetto piano B, ovvero la sconfitta referendaria e dunque la necessità di disporre per il Senato di una modalità di elezione più o meno simile a quella della Camera (alla quale si sarebbe applicato l’Italicum), non è stata neanche presa in esame. Eccoci invece al piano B e, per l’appunto, alla necessità di armonizzare i sistemi elettorali delle due assemblee, come ha giustamente rilevato nel messaggio di inizio anno, il Presidente della Repubblica.

I nostri problemi sorgono proprio qui. Oggi per la Camera c’è l’Italicum, decapitato del ballottaggio e con un premio di maggioranza che scatta unicamente se una lista ottiene almeno il 40% dei voti; mentre al Senato c’è un proporzionale senza alcun premio. In pratica, tenendo conto della consistenza degli attuali partiti (tutti sotto il 40%), avremo un Parlamento privo di maggioranze stabili e a forte rischio di ingovernabilità. Un’ingovernabilità che – non ci stancheremo mai di dirlo – di fronte alle grandi sfide politiche, economiche e sociali di questi anni, è un lusso che non possiamo assolutamente permetterci. Ad esserne indebolito sarebbe il nostro sistema Paese, la sua stessa capacità di incidere nelle sedi europee ed internazionali.

Occorre allora muoversi, verso un sistema elettorale che ci permetta, come avviene nelle grandi democrazie europee, di conoscere già la sera stessa delle elezioni il vincitore, partito o coalizione che sia. Questa è la direzione verso cui muoversi nel disegnare la futura legge elettorale. Evidente dunque che, in questo senso, non basti la mera estensione dell’Italicum al Senato, a meno di applicare il premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista, il che richiede, in ogni caso, una certa condivisione tra le principali forze politiche.

Quello di una condivisione più larga possibile delle regole elettorali è il punto da ritenersi decisivo e indispensabile. Basta con leggi elettorali approvate solo dalla maggioranza di turno, come è accaduto sia con il Porcellum sia con l’Italicum, dove è stata addirittura posta la fiducia. Ci vuole quindi un coinvolgimento delle forze di maggioranza e di opposizione lavorando per un testo condiviso. Questo per quanto riguarda il metodo, troppo spesso considerato un mero orpello e non invece il terreno che prepara le buone decisioni politiche.

Riguardo al merito, filo conduttore deve essere il tentativo di assicurare un’idonea stabilità di governo, garantendo una ragionevole rappresentatività alle forze politiche. A monte poi una condizione imprescindibile: via i capi lista bloccati (che tanto piacciono ai mediocri leader politici di oggi) e ritorno delle preferenze. Primo tassello per riavvicinare la politica ai cittadini. Sempre che questo sia l’obiettivo che la nostra sgangherata classe dirigente vuole davvero conseguire.

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