Il Papa, i cattolici e la sfida di una politica per la pace

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace cade in una fase di profonda ridefinizione degli equilibri globali, non solo fra Occidente e resto del mondo, bensì all’interno dello stesso Occidente (con i poteri globalisti compattati in ripiegamento attorno alla cancelliera Merkel, contro la nuova amministrazione americana). Un messaggio che si caratterizza per la fermezza dell’affermazione del valore della nonviolenza, per la prudenza e la concretezza con le quali invita a rendere tale valore metodo per una politica di pace. Un compito che parte dalla dimensione spirituale di ogni persona, coinvolge la vita quotidiana e si estende alle grandi scelte politiche.

Sono molteplici gli spunti di riflessione che questo messaggio contiene e che possono costituire l’occasione per una discussione anche in ambito cattolico-democratico sui nodi della pace e della politica internazionale di questo inizio di XXI secolo.

Per i cattolici impegnati in politica, e soprattutto per quelli che si definiscono riformatori o addirittura progressisti, credo si ponga l’esigenza di elaborare nuove categorie di giudizio che aiutino a comprendere il contesto internazionale attuale in un’ottica di nonviolenza, di pace e di verità. E di spezzare, laddove vi sono, quegli elementi di subalternità culturale alle élite globaliste, che appaiono sempre più imbarazzanti. Proviamo un po’ a pensarci: tutti o quasi i nostri giudizi sulla realtà internazionale sono mutuati da una poderosa macchina da guerra costituita da una informazione incredibilmente accentrata, nella quale pochissime persone decidono sulle fonti dell’informazione globale; da think tank spesso finanziati da chi sta al vertice della piramide del capitalismo occidentale, come la Open Society del famigerato speculatore e destabilizzatore di stati, George Soros. Da qui ci sono state inculcate le narrative del terrorismo internazionale, che avrebbe una chiara matrice islamica; la russofobia e la demonizzazione dei legittimi rappresentanti delle istituzioni della Federazione Russa, ogni qual volta essi si oppongono al saccheggio delle immense risorse energetiche del loro Paese e, d’intesa con gli altri stati del gruppo Brics, si oppongono alla governance unipolare del mondo, come nel caso della Siria, emblema insanguinato di tale scontro.

Fortunatamente, qualcosa si sta muovendo dalla base, da quel popolo che si dice spesso di voler rappresentare, ma che dimostra una coscienza del momento attuale molto più avanzata di tanti gruppi dirigenti. Di fronte al castello di bugie sul quale in questi anni si è costruita la narrativa ufficiale e che ha fatto perdere credibilità a istituzioni e mezzi di comunicazione sui temi che riguardano la giustizia e la pace, stiamo assistendo, complice anche la crisi e l’inaudito aumento delle disuguaglianze, diffusi nella classe media occidentale, ad una ritrovata consapevolezza del ruolo politico dei ceti popolari, che la esprimono, certo in modo talora ambiguo e contraddittorio (e non privo di tentativi di strumentalizzazione da parte di movimenti estremisti), con le occasioni che si presentano: il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue, le elezioni americane, il referendum costituzionale italiano.

Il salto culturale che il tempo presente ci chiede di compiere consiste nel ricusare una visione dei problemi internazionali e dell’economia funzionale solo a quell’1 per cento della popolazione mondiale che detiene oltre la metà della ricchezza globale. Bisogna iniziare a dire che quello che va bene a quel ristretto club degli ultra-ricchi non necessariamente va bene ai popoli, alla riduzione delle disuguaglianze, alla pace.

Si tratta di un compito assai impegnativo, che richiede il coraggio di andare controcorrente fra le classi dirigenti, ma che può contare su un consenso popolare mai così ampio. E che dovrebbe costituire l’abc dell’azione sociale anche fra quei corpi sociali intermedi che coltivano qualche ambizione di formazione, se non vogliono essere travolti dallo tsunami che si sta abbattendo sull’establishment neoliberista, e che nel 2017 avrà presumibilmente una intensità ancora maggiore che nel 2016.

L’attuale pontefice ci ha sempre presentato una lettura dei problemi internazionali assai diversa da quella accreditata dai grandi mezzi di comunicazione. Ha denunciato la mancanza di un accordo fra le maggiori potenze per una comune governance globale che non può che essere multipolare, parlando di “guerra mondiale a pezzi”. Nel suo messaggio ci sono delle provocazioni fortissime che sta ai laici cristiani innanzitutto saper cogliere, come questa: «Nessuna religione è terrorista», un schiaffo dato in faccia alle centrali mondiali della disinformazione, quelle che negli ultimi quindici anni hanno costruito a colpi di video artefatti, false rivendicazioni, distorsioni dei fatti, la minaccia del terrorismo “islamico”, dapprima al Qaeda e sue affiliazioni locali, poi l’Isis: tutte formazioni realizzate in realtà con operazioni di intelligence occidentali e con soldi di alcune petro-monarchie mediorientali. Un grande inganno globale di cui vi è diffusa consapevolezza fra i cittadini che vedono benissimo il nesso tra questa spregiudicata e insensata strategia geopolitica, (che utilizza il terrorismo per impedire una pacifica e proficua integrazione euroasiatica), e il peggioramento del loro livello di vita. È lo stesso Francesco a ricordarlo nel suo messaggio con sconvolgente semplicità: «grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo». Si stima che gli Stati Uniti abbiano speso circa seimila miliardi di dollari nelle loro guerre degli ultimi quindici anni, un cifra maggiore di quella spesa per il loro intervento nella seconda guerra mondiale. E lo stato più forte del mondo si trova con infrastrutture, trasporti, ospedali inadeguati e arretrati perché la spesa bellica ha sostituito quella per lo sviluppo. Un fenomeno che riguarda anche l’Italia, che a causa anche degli obblighi derivanti da una organizzazione ormai senza più uno scopo plausibile come la Nato (alla cui utilità non crede più neanche il presidente eletto degli Stati Uniti), spende in spese militari, in pieno clima di austerità e di tagli feroci e disumani alla sanità, alla scuola, al welfare, l’astronomica cifra di 24 miliardi all’anno (stima del Sipri di Stoccolma).

Recentemente il Wall Street Journal ha additato Papa Francesco come leader della sinistra globale, in particolare sui temi della giustizia sociale e dell’ambiente. Non credo sia opportuno tentare di inquadrare il Vicario di Cristo in schemi prettamente mondani. Tuttavia, di certo egli rappresenta un riferimento universale per tutti i costruttori di pace, senza distinzioni di appartenenze politiche, con l’unico discrimine evangelico di essere nei fatti costruttori di pace e non solo a parole.

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