Perde la sinistra, torna la destra

Quello di Matteo Renzi, a pensarci bene, è stato davvero un capolavoro di cattiva politica. Una riforma costituzionale attesa da tre decenni, votata dalle principali forze in Parlamento (e dunque sufficientemente condivisa) è stata sostanzialmente gettata alle ortiche a causa dall’improvvida decisione di legare all’esito del referendum la propria sopravvivenza politica. Una scommessa arrischiata sin dall’inizio. Nemmeno De Gaulle sopravvisse a qualcosa di simile. Ed è un bene che sia così. La vita democratica non può accettare questo genere di ricatti politici.

Il bello, o meglio, il brutto di questa situazione è che con la caduta di Renzi viene anche meno una stagione riformista, orientata a sinistra che poteva rivelarsi proficua per il Paese e preziosa sullo scacchiere europeo, oggi alle prese con la minaccia populista dell’estrema destra.

Chiariamo subito. Parlando di stagione riformista non si vuole affatto dire che il premier uscente le abbia azzeccate tutte. Tutt’altro. Dalla sciagurata abolizione del reintegro dell’art.18 (che già sta favorendo i licenziamenti) all’eliminazione dell’Imu prima casa anche sulle abitazioni di lusso (che ha sconvolto l’intera fiscalità sul patrimonio immobiliare), di errori ne sono stati commessi molti. C’era però una linea di fondo sulla scuola, sulla ricerca, sull’immigrazione, sui diritti civili, sull’ambiente che andava nella direzione giusta.

Certo, la rotta avrebbe dovuti subire alcuni aggiustamenti e proprio questo compito di stimolo doveva essere quello della sinistra. Un ruolo che non è stato assolto: né dalla sinistra interna al Pd, più interessata forse a cambiare il segretario del partito che non le scelte del governo, né da Sel, più propensa a rifugiarsi nel cantuccio dell’opposizione che a impegnarsi in una maggioranza di governo. Compito, va pur detto, non certo facile da portare avanti, soprattutto a causa dell’autoreferenzialità renziana che poi, è la prima ragione della sconfitta al referendum.

Fatto sta che adesso, dopo alcuni anni di sostanziale letargo, complici anche le vicissitudini di Silvio Berlusconi, che di quel campo è l’autentico mattatore, torna in auge la destra. Ed è infatti la destra, persino più del M5S, la grande vincitrice del referendum del 4 dicembre scorso. Non a caso sia Giorgia Meloni, sia Matteo Salvini ridono della grossa, chiedendo che si vada al voto prima possibile. L’idea, perfettamente logica e comprensibile, è infatti quella di capitalizzare l’enorme consenso che si è raccolto per sbarrare la strada al riformismo renziano.

Il problema è che la destra, sebbene la sinistra più radicale si ostini a non rendersene conto, ha un progetto totalmente antitetico all’intero universo del centro-sinistra, sia esso riformista o massimalista. D’altronde, per capirlo, basta leggere il programma di Salvini laddove, per limitarsi all’essenziale, si parla di uscita dall’euro (demolendo l’unica certezza di questi anni) e di flat tax (abbattendo qualsiasi progressività fiscale). Un programma che alle prossime elezioni rischia di vincere.

Ecco che allora, di fronte all’evidente spinta che la destra riceve con il no alla riforma costituzionale, l’intero centro-sinistra deve sentire la responsabilità di unire le proprie forze. Primo indiziato è, naturalmente, il Pd nel quale da tempo convivono due anime che, dopo essersi contrapposte sul referendum, devono trovare un minimo comune denominatore su un progetto capace di parlare al mondo del lavoro e ai ceti popolari. Inutile, peraltro, inseguire velleitarie vocazioni maggioritarie. Nessuno è autosufficiente: né la sinistra riformista né quella, per così dire, massimalista. Occorre invece allargare il consenso sia coinvolgendo la sinistra più radicale, prendendo in esame alcune sue istanze, sia non disdegnando l’apporto del centrismo europeista. Obiettivo è una politica di sviluppo sostenibile, tra modernizzazione produttiva ed equità sociale.

Serve ovviamente una leadership che sappia unire e metta da parte atteggiamenti improntati allo scontro permanente. In caso contrario la scelta che si porrà agli elettori sarà soltanto quella tra un radicalismo populista e una destra liberista. Il tutto nella subalternità di una sinistra, perennemente divisa, e con la marginalizzazione di quei valori di solidarietà ed uguaglianza che, soli, possono garantire la nostra coesione sociale.

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