La democrazia si ha solo dove c’è corretta informazione

“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”.

Questo è l’art. 138 della nostra Costituzione: un articolo messo apposta dai padri costituenti per farci sapere e per darci la possibilità di riformare la Costituzione. Praticamente, è la stessa Carta costituzionale che ci chiede di essere riformata nel tempo, per adattarsi alle varie evoluzioni politiche, sociali ed economiche del nostro Paese. L’art. 138 della Costituzione italiana, infatti, è quell’articolo che stabilisce le procedure di modifica della Carta costituzionale. Il successivo art. 139, invece, stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.

Ricordiamo che la Costituzione italiana non può essere modificata da leggi ordinarie, né tanto meno attraverso eccezionali deroghe o procedure informali. Per modificarla è necessario ricorrere all’adozione di  leggi di revisione costituzionale.
Le leggi di revisione sono leggi sovraordinate rispetto alle leggi ordinarie. Solo esse sono in grado di incidere (attraverso modifiche, disposizioni aggiuntive, abrogazioni) sul testo della Costituzione. “Ciò non deve tuttavia indurre a ritenere che attraverso le revisioni costituzionali sia possibile addivenire a revisioni totali della Costituzione o sia, addirittura, possibile procedere alla fondazione di un nuovo ordinamento costituzionale. Il potere di revisione costituzionale è un potere costituito, giuridicamente delimitato e nettamente separato dal potere costituente che è, invece, un potere extra ordinem destinato a irrompere nei grandi momenti della storia (eventi rivoluzionari, disgregazione di imperi, lotte di liberazione, fine di dittature o di guerre). D’altronde ciò è quanto è avvenuto anche in Italia dove il processo costituente, avviato dai partiti politici antifascisti, protagonisti della Resistenza, si è in breve tempo risolto nella convocazione di una grande Assemblea costituente alla quale il “popolo sovrano”, il 2 giugno 1946, ha assegnato il compito di redigere la Costituzione della Repubblica italiana.

Il Referendum popolare è sicuramente il più alto strumento di democrazia, perché dà la possibilità a milioni di persone di esprimersi direttamente sulle questioni essenziali per un Paese. Ma a volte c’è un rischio: l’informazione. Solo una corretta informazione sui contenuti del quesito referendario, e non manipolata politicamente, può garantire una vera democrazia, in cui l’elettore possa veramente esprimersi su quello che viene chiesto.

Capita, a volte, e soprattutto in questo referendum del 4 dicembre, che vengano distorte delle informazioni al fine di indirizzare il voto popolare a seconda delle appartenenze partitiche. A questo punto che fare? Di chi ci dobbiamo fidare? Forse di Di Maio che di recente a Brescia ha detto “Noi ci stiamo spostando con treni regionali per mostrare i disagi che vivono i cittadini ogni giorno…Problemi da risolvere urgentemente, che non si risolveranno se vincesse il Sì…”, o di Salvini che appare sui furgoni della Lega con la scritta “Se non voti aiuti Renzi”, o di Brunetta che dice “Voto No così Renzi va a casa”?

Sul fronte del Sì, per il ministro Graziano Delrio, il sì al referendum vuol dire puntare sulla crescita. Se prevalesse il No l’Italia tornerebbe dentro le sacche delle politiche di austerità e dovrebbe abbandonare gli spazi di flessibilità che questo governo ha guadagnato sui tavoli negoziali europei. Per il sindaco di Firenze, Dario Nardella, “il 4 dicembre si dovrà scegliere tra una democrazia del vuoto di potere e una democrazia della responsabilità. I sostenitori del No vogliono che nessuno abbia il potere di decidere, così che ognuno possa dare la colpa all’altro”. “Questo sistema che la riforma vuole cambiare – aggiunge Nardella – è stato l’alibi della classe politica italiana per non fare niente per decenni. E ora di dire basta a questo alibi che la politica romana ha usato per trent’anni prendendosi gioco dei cittadini. La democrazia dell’alibi che il No vuole conservare non risponde di quello che dice e che fa”. I veri sostenitori del No sono gli esponenti del ceto politico che per decenni hanno vissuto nella bambagia e non sono riusciti a cambiare l’Italia e ora hanno paura che qualcun altro riesca a farlo”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino, dal 2008 senatore Pd, con alle spalle un’esperienza di dirigente della Fiom-Cgil (1969-1972) e di parlamentare del Pci (1979-1983): “Si può soltanto dire che il prevalere del No interromperebbe un cammino di riforme economiche ed istituzionali che nell’ultimo biennio hanno contribuito sicuramente a rimettere in moto la nostra economia e il nostro mercato del lavoro”.

Ognuno di noi sceglierà in scienza e coscienza, e sicuramente il risultato delle urne sarà insindacabile perché frutto della volontà popolare, così come sarebbe ingiusto non rispettare l‘elettore dandogli informazioni errate. Bisogna il più possibile essere democratici anche nel rispetto dell’informazione, e cioè mettere il più possibile l‘elettorato a conoscenza di quello che sta votando.

Certo, il premier può aver sbagliato a personalizzare eccessivamente il risultato del voto, ma sembra a molti comunque eccessivo, creare una instabilità di governo in Italia solo perché ad alcuni politici non piace Renzi, e cercano di convincere l’elettore a votare No non dando motivazioni tecniche di contenuti ma quasi sempre solo politiche.

In conclusione, il 4 Dicembre andiamo tutti a votare, ma sapendo bene quello che votiamo nel rispetto delle posizioni di tutti, ma soprattutto nel rispetto dei singoli cittadini che sono reali risorse della democrazia solo se correttamente informate.

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