Dario Fo e Bob Dylan: due insoliti premi Nobel

Il destino ha voluto che Dario Fo, atipico premio Nobel per la Letteratura, morisse proprio il giorno in cui veniva concessa la stessa onorificenza a Bob Dylan. Un Nobel altrettanto inaspettato. Curioso certamente questo parallelismo tra due grandi artisti, di generazioni diverse, nati e vissuti – il giullare di Varese e il menestrello del Minnesota – in luoghi che quasi nulla hanno in comune, che forse non si sono mai incontrati, accomunati però da un premio che ne riconosce il contributo dato al grande fiume della cultura. Allo stesso modo di altri Nobel del passato come Carducci, Hemingway o Solgenitsin.

In Dario Fo salutiamo un uomo che ha attraversato sessanta anni di vita artistica, con interpretazioni originali, a volte discutibili, ma che non hanno mai lasciato indifferenti. Uno scanzonato giullare che ha parlato dei temi del nostro tempo. Un’esistenza spesso nel segno della contestazione, a rischio magari di cadere in quello che Montanelli definiva il “conformismo dell’anticonformismo”.

Con la moglie Franca Rame, scomparsa tre anni fa, costituì un eccezionale sodalizio artistico, che ha calcato i teatri dell’intera penisola, in una sarabanda di personaggi, scene, linguaggi, motteggi; provando spesso a battere nuove strade per colpire la nostra immaginazione. Poi c’era l’impegno politico, o per meglio dire, civile, perchè Fo non era fatto per intrupparsi dietro ad un’insegna di partito.

Da ragazzo aderì, come paracadutista, alla Rsi e in molti gli rinfacciarono quel passato che, anch’egli, cercò in qualche modo di tener nascosto. Eppure a diciotto anni è persino naturale compiere passi falsi. Facile oggi giudicare, col senno di poi, la condotta di ieri. Errori ne ha commessi, come tutti. Nel partecipare al corso delle vicende della società italiana, talvolta si schierò dietro le bandiere sbagliate. Emblematica, ma certo non fu il solo ad aderirvi, la scellerata campagna contro il commissario Calabresi.

Personaggio scomodo per tutti, anche se non immune da alcuni stereotipi. Ad esempio, una facile polemica anticattolica, frutto forse di un superficiale pregiudizio verso la Chiesa, retaggio magari di un sorpassato anticlericalismo di stampo ottocentesco. Salvo poi accorgersi che le cose cambiano e divenire uno dei più sinceri ed entusiasti ammiratori di Francesco. Negli ultimi tempi lo abbiamo visto vicino ai 5 Stelle. Per certi versi il volto gioviale del Movimento, quasi un contraltare a quello, troppo spesso, stizzito di Beppe Grillo. Il Nobel gli venne dato nel 1997. Una sorpresa un po’ per tutti. A molti non pareva essere il miglior candidato possibile, sembrando distante, e in effetti lo era, dal classico filone letterario normalmente seguito dai giudici svedesi.

Invece ci sbagliavamo, perchè il teatro è un’arte che tocca l’essere umano nella sua profondità ed è dunque parte integrante della cultura umanistica, allo stesso modo che il mondo delle lettere. Un discorso che vale, oggi, pensando a Bob Dylan. cantore degli umori e dei sogni dell’America dell’ultimo mezzo secolo. Al centro della sua arte – come in quella di Dario Fo – si trova l’uomo, con i suoi dubbi, le sue inquietudini. Musica e teatro così come prosa e poesia sono, semplicemente, facce di quel grande prisma che è il nostro umanesimo. Questo il senso di due Nobel letterari, in apparenza tanto insoliti.

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