Credibilità e concretezza per rispondere allo scontento in Europa

In gran parte dell’Europa governi e forze politiche tradizionali sentono il fiato sul collo delle formazioni populiste che intercettano lo scontento dei ceti lavoratori e della classe media europea che si sta impoverendo. Nelle democrazie del vecchio continente si consolida la tendenza al tramonto del bipolarismo, sostituito da sistemi politici tripolari per effetto dell’aumento del voto di protesta, non accompagnato peraltro da una riduzione dell’alto tasso di astensionismo. In qualche modo l’inatteso esito del referendum britannico ha costituito un campanello d’allarme per l’intera Europa: il tempo delle soluzioni per rimettere in sesto l’economia e per gestire le situazioni di instabilità ai confini orientali e meridionali dell’Unione Europea non appare illimitato.

Per fermarsi solamente alle questioni economiche e sociali, si deve rilevare che la linea monetarista e mercantilista seguita in questi anni in Europa sta producendo ovunque effetti negativi in termini di perdita di posti di lavoro, di diminuzione del tenore di vita, di crescita delle disuguaglianze, ed ha creato una fase di deflazione da cui si potrà uscire solo con una autentica riforma strutturale del sistema economico e non con semplici ritocchi ed aggiustamenti.

Ben vengano, dunque ipotesi di un cambiamento sostanziale di rotta, come quelle ventilate nel recente vertice di Atene dei Paesi mediterranei dell’Ue, le cui economie non possono più reggere le rigide norme del patto di stabilità, se non al prezzo di ulteriori squilibri nei loro bilanci e di danni sociali dagli effetti destabilizzanti. Per il nostro Paese il superamento dell’austerità rappresenta un passaggio di vitale importanza, che dovrebbe essere riconosciuto come tale da tutte le forze politiche e sociali. Su questo punto appare auspicabile una larghissima convergenza, un patto di salvezza nazionale, in modo da lanciare un messaggio forte ed inequivocabile alle istituzioni comunitarie ed agli organismi finanziari internazionali: qualunque sia l’esito del prossimo referendum, e chiunque vincerà le prossime elezioni politiche, l’Italia si ricompatta sin d’ora, a cominciare dalla imminente legge di bilancio, e per i cinque anni della prossima legislatura, sulle ragioni del proprio futuro, dando ossigeno alla domanda interna attraverso un piano a cui destinare investimenti massicci e straordinari nella triplice direzione del lavoro e delle nuove frontiere della produzione, del potenziamento del welfare e della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, della riduzione fiscale a cominciare dalle fasce sociali più disagiate.

Una via non semplice, ma l’unica che appare in grado di fronteggiare il crescente scontento che rischia di pregiudicare il futuro della stessa Unione Europea. La sfida è quella di superare definitivamente il blairismo in economia, vale a dire l’idea che i meccanismi economici e finanziari abbiano una loro neutralità di cui sono garanti le tecnocrazie, mentre alla politica spetterebbe solo la decisione su come allocare le risorse rese disponibili dall’andamento economico. In realtà appare vero esattamente il contrario. La scarsità di strumenti e di risorse con cui le comunità politiche ad ogni livello istituzionale affrontano la crisi dipende da un funzionamento non abbastanza aderente agli interessi generali dei meccanismi economici. È di questi giorni, ad esempio, la decisione della Bce di un ulteriore prolungamento del programma di acquisto di titoli pubblici (quantitative easing) da 80 miliardi al mese, di cui peraltro beneficiano un po’ tutti, compresa la Germania che lo critica. Allo stesso tempo però tale dispositivo è congegnato in modo da premiare le grandi banche d’affari che ci guadagnano a rivendere i titoli di debito sovrano alla Bce. Anziché puntellare un sistema di speculazione finanziaria ormai insostenibile perché non mettere a punto un progetto che consenta a queste ingentissime emissioni straordinarie di liquidità della Bce di incanalarsi verso l’economia reale, le finanze pubbliche, verso un grande piano europeo, sul modello del piano Marshall, per il lavoro e lo sviluppo? É una delle domande da cui passa la capacità di dare risposte credibili e concrete all’ondata populista nei prossimi mesi. Ma che richiede di dare un significato diverso alla voce “riforme strutturali”, per dimostrare che le istituzioni politiche dispongono degli strumenti idonei a fronteggiare le emergenze attuali, a condizione di rimettersi ad affrontarle secondo criteri rispondenti al bene comune anziché a quelli, consolidati e deleteri per il popolo, dei grandi interessi finanziari transnazionali.

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