Rispondere al Brexit. Con urgenza

Di fronte ad un fatto negativo e sconvolgente qual è stato il referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la reazione più convincente non sembra essere quella del catastrofismo e dell’isteria, bensì quella di rispondere in modo adeguato al disagio dei cittadini verso l’attuale modello di Europa.

Il primo tipo di reazione è rivelatrice solo della delusione dell’establishment, non appare interessata a capire le ragioni della spaccatura del popolo britannico, meno che mai alla causa europeista. Tanto è vero che è spesso sconfinata in una campagna mediatica d’odio e di disprezzo verso chi è meno agiato, istruito, giovane, che è stato colpevolizzato per aver votato per il brexit. Vi è anche un altro dato preoccupante. Di fronte a questa grave forma di razzismo, uguale a quella di certi settori dei nazionalisti inglesi nei confronti dei migranti, non si è udita a livello europeo una ferma condanna delle organizzazioni sociali. Un’ulteriore prova della subalternità culturale degli ambienti a vario modo popolari rispetto alle élite finanziare le quali si arrogano anche il potere di decidere le deroghe al politicamente corretto. A proposito, si è sentita qualche voce levarsi per chiedere “verità per Jo Cox”, che domandi da chi è stato attivato il folle nazistoide che l’ha uccisa?

Il modo costruttivo di reagire al brexit non può prescindere innanzitutto dal riconoscimento che “è stata la volontà espressa del popolo”, come ha rilevato Papa Francesco, si è trattato di una grande prova di democrazia con una affluenza al voto di oltre il 70%, altissima per il Regno Unito.

L’esito del voto, contrario a quanto era auspicabile, deve portare l’attenzione allo stato di crisi in cui versa l’Unione Europea. Questa non è più l’Europa sognata a Ventotene ma è figlia del monetarismo e della tecnocrazia di Maastricht. Bisogna ascoltare il grido di dolore e di disperazione che sale dalla gente comune, dalla classe media in decadimento, dai lavoratori privi di opportunità, dai giovani cui è stato rubato il futuro: vittime di una Europa in cui comandano la finanza speculativa e l’interesse nazionale tedesco. Il brexit ci dice che questa Europa è da rifondare, in profondità ed alla svelta. La via maestra è quella di avviare da subito, sin dal prossimo Consiglio europeo la riforma dei trattati per decretare la fine del patto di stabilità e delle politiche di austerità che condannano l’Europa ad una deflazione senza fine ed i cui esiti sono imprevedibili, e per sostituire la Commissione con un embrione di governo europeo che sia espressione del voto popolare ed i cui atti debbano necessariamente, come impone la democrazia, ricevere l’approvazione del parlamento europeo.

Nell’immediato ci sono due iniziative efficaci che l’Italia può assumere. La prima è approvare subito un ddl costituzionale per la modifica dell’art.81, cancellando il vincolo del pareggio di bilancio, che, come si è visto in questi quattro anni da quando è entrato in vigore, preclude la possibilità di ottemperare ai doveri costituzionali di creare e rispettare il lavoro, di contrastare attivamente le disuguaglianze e impedisce ogni prospettiva di ripresa.

La seconda iniziativa è soprattutto nelle mani del governo. Il presidente Renzi colga l’opportunità irripetibile e riformuli lo schema della prossima legge di stabilità. Realizzi una manovra espansiva, che preveda, nel contempo ed in misura significativa, un grande piano straordinario di investimenti per il lavoro, riduzione fiscale a cominciare dalle fasce medio basse, maggiori risorse per il welfare e per la lotta alle disuguaglianze ed alla povertà. Una finanziaria che l’Europa attuale sicuramente boccerebbe, ma che dopo il brexit, appare la via da cui passa la sua possibilità di avere un futuro.

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