Medio Oriente e Africa cruciali per l’Italia

Poco più di 25 anni fa, la Caduta del Muro di Berlino esemplificava plasticamente e visivamente il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco di Stati-satellite ad essa collegati. Un avvenimento talmente epocale da indurre taluni commentatori a preconizzare incautamente la “fine della Storia”, mentre si teorizzava un mondo dominato dall’unica potenza globale rimasta, gli Usa, in grado di imporre la sua visione e il proprio modello di sviluppo a tutto il pianeta. A cinque lustri di distanza possiamo toccare con mano l’avventatezza di quella previsione, e ci ritroviamo ad affrontare un mondo estremamente più complesso e insidioso di quello dominato dalla “guerra fredda” e dal confronto fra due blocchi contrapposti ma omogenei, che estendevano il loro influsso a livello mondiale, lasciando fuori solo una minoranza di Paesi “non allineati”, di fatto marginali e ininfluenti. Oggi il conflitto è passato dal livello globale a quello macro-regionale, con scenari diversificati e peculiari, interconnessi da modalità estremamente variabili, dove le ragioni strategiche dettate da politiche e ideologie cedono sempre più spesso il passo a urgenze tattiche di ordine economico, energetico, militare, che finiscono per privilegiare scorciatoie di corto respiro e prospettiva miope, destinate a rivelarsi tragicamente controproducenti sul medio-lungo periodo.

Questa riflessione è parte di un lungo excursus del Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli, il cui focus si è concentrato su Medio Oriente e Africa, scenari di stretta attualità e di importanza nodale per il nostro Paese sui quali ha la supervisione diretta, tenuto nell’incontro organizzato dal Sermig presso l’Arsenale della Pace di Torino, durante il quale ha analizzato le nuove sfide e criticità globali, indicando con quale bussola l’Italia si orienti nel mare magnum della diplomazia internazionale.

Il dato di fatto da qui partire è quello di un pianeta dove si sono accentuati gli squilibri socioeconomici, fonte di opportunità per pochi, ma soprattutto di una conflittualità diffusa e crescente, che gli organismi sovranazionali, ONU e UE in primis, non sono in grado di governare, e dove assumono un peso crescente attori diversi, non solo gli Stati nazionali, ma anche potentati economici, sistema mediatico e organizzazioni terroristiche in cerca di un riconoscimento di fatto, come nel caso del neo-Califfato dell’Isis.

Proprio dalla frustrazione causata dalle disparità economiche e dal disagio sociale è nato uno dei fenomeni più significativi degli ultimi anni, quello delle cosiddette “primavere arabe”, un movimento di popolo spontaneo e su basi nuove, essenzialmente non violento e privo delle connotazioni anti-americane o anti-sioniste di esperienze precedenti, teso alla rivendicazione di diritti civili e livelli di vita dignitosi per tutti. Una svolta storica che richiamava un accostamento alla Rivoluzione Francese e che aveva fatto fiorire grandi speranze, un po’ troppo ottimistiche in verità, proprio in virtù del paragone scelto. Non va dimenticato infatti che nella Francia rivoluzionaria, almeno inizialmente, ad affermarsi non fu la democrazia, bensì un periodo buio passato alla storia come Regime del Terrore, durante il quale le teste venivano mozzate in quantità, esattamente come oggi nell’Iraq occupato dal Califfato, con l’unica differenza che allora tali nefandezze non potevano essere propagandate attraverso i social media. E prima di arrivare a un effettivo “governo del popolo” dovevano ancora passare Napoleone, la restaurazione monarchica, insomma, vari decenni. Irrealistico dunque pensare che un tale processo potesse essere più rapido nel mondo islamico, che oltretutto non ha mai conosciuto qualcosa di simile alla Pace di Vestfalia, stipulata in Europa alla fine della seicentesca guerra dei trent’anni, nella quale venne stabilita la separazione fra entità statale e religione. Nell’islam tale distinzione non esiste, per cui in qualunque Paese a religione musulmana si tende a identificare potere politico e religioso. Una condizione rimasta a lungo “sospesa” da regimi laici e autoritari, spesso filo-occidentali, che negli ultimi anni sono stati progressivamente rovesciati e sostituiti non già da democrazie, bensì da altri regimi caratterizzati dalla sharia, la legge islamica. Un meccanismo che ha risvegliato antichi sensi di appartenenza e ideali di assoluto che, saldandosi a risentimenti causati da esclusione sociale, frustrazioni, mancanza di riconoscimento identitario, spiegano il preoccupante potere attrattivo esercitato da forze terroristiche integraliste e nichiliste su un numero significativo di individui apparentemente integrati nel modello occidentale, che hanno deciso di aderire al feroce disegno del Califfato, sia unendosi direttamente alle sue truppe che “esportando” il terrore in Occidente, attraverso azioni da “lupi solitari” caratterizzate dall’ideale jihadista del martirio.

Fenomeno tragico ma vincente, che ha consentito al “Califfo” di acquisire il controllo di ampie porzioni della Siria, dalle quali sferrare un attacco dirompente al debole e diviso Iraq dell’autoreferenziale premier al-Maliki, lungo le direttrici storiche del Tigri e dell’Eufrate, per poi dilagare a Mosul e nella piana di Ninive, conquistando risorse petrolifere e idriche di importanza strategica, complice la colpevole sottovalutazione e inadempienza di un Occidente distratto e inefficace. La comunità internazionale si è infatti disinteressata degli accadimenti, derubricandoli a semplice conflitto inter-islamico, almeno fino a quando sono iniziati i massacri su base etnico-religiosa, che hanno coinvolto comunità da sempre in pacifica convivenza fra loro, a partire dagli stessi musulmani di fede sciita, passando per i cristiani, fino agli Yazidi, minoranza nei confronti della quale è stato messo in atto un vero e proprio genocidio.

In missione a Erbil in quei giorni, Pistelli è stato testimone diretto della rovinosa fuga di migliaia di persone, costrette a sfollare nell’arco di pochi giorni di fronte all’avanzata degli integralisti sunniti, abbandonando ogni avere, bisognosi di tutto. Un’umanità disperata, che non può essere abbandonata a sé stessa, e per la quale l’Italia fa ora la sua parte in termini di aiuti umanitari. Ma Pistelli sottolinea che forse sarebbe stato meglio ascoltare i moniti lanciati dalla nostra diplomazia, che sconsigliava di fornire armamenti ai ribelli siriani in un’ottica anti-Assad, armamenti che in poco tempo sono infatti finiti nelle mani degli Jihadisti, con le conseguenze tragiche che oggi possiamo vedere. Puntando ottusamente sulla soluzione militare, senza una prospettiva politica, l’Occidente ha finito per complicare la situazione siriana, dove il conflitto interno fra la minoranza alauita al potere e l’opposizione sunnita già travalicava i confini nazionali per diventare parte del più vasto confronto religioso che oppone sciiti e sunniti, sostenuti rispettivamente da Iran e Arabia Saudita, medie potenze in competizione per la leadership a livello regionale. Ora ci troviamo nell’assurda situazione di essere alleati dei sauditi, per lungo tempo finanziatori dell’Isis, mentre continuiamo a imporre sanzioni all’Iran, unico Stato a opporre un vero baluardo sul campo agli jihadisti, almeno fino al recente intervento della Giordania. Una dicotomia, quella fra Iran e Arabia, che finora le diplomazie non sono state in grado di appianare e che, insieme agli interessi turchi e curdi nella medesima area, sono fonte di tensioni continue che impediscono di risolvere in maniera rapida ed efficace l’anomalia del Califfato, entità territoriale controllata da fanatici senz’altro feroci e determinati, ma in numero relativamente esiguo e con armamenti risibili in confronto a quelli di un qualunque esercito di uno Stato sovrano. E più i tempi si allungano, più c’è il rischio che il fanatismo jihadista si allarghi a macchia d’olio sul continente africano, attraverso il Corno d’Africa e il Shael, dove continuano a fare proseliti entità come al-Shabaab o Boko Haram, autori di massacri efferati ai danni della popolazione civile. E se l’islam radicale dovesse prendere piede in un continente connotato da enormi disparità sociali e in forte espansione demografica come l’Africa, rischierebbe di diventare davvero incontenibile, portando il conflitto a livello globale.

Meglio dunque agire preventivamente in maniera rapida ed efficace, aiutando l’Africa con meccanismi di cooperazione internazionale o agevolando il self-development alimentato dalle rimesse degli immigrati, una cifra tripla (450 miliardi rispetto a 130) rispetto a quella degli aiuti economici stanziati dai Paesi industrializzati. Un motore di sviluppo che potrebbe portare benefici per tutti, Italia compresa, e che rappresenta un ulteriore motivo per evitare di criminalizzare l’immigrazione, comprendendo che si tratta di un fenomeno inevitabile, vista la pressione causata dall’inarrestabile crescita demografica africana a fronte di risorse sempre più scarse, e l’univoca possibilità di sbocco a nord, attraverso il Mediterraneo, verso l’Europa. Un problema che va gestito in prospettiva storica e con soluzioni politiche condivise e di lungo periodo, uscendo da logiche emergenziali che si limitano a mettere un tampone provvisorio, per quanto, nel caso di un’operazione come Mare Nostrum, si tratti di interventi umanitari straordinari, che –rivendica il viceministro Pistelli- portano all’Italia il vanto di avere salvato 145.000 vite umane e di essersi guadagnata per una volta la stima e il rispetto incondizionati di tutta l’Europa.

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