Il Medio Oriente va in pezzi a causa dell’interventismo occidentale

L’anno si apre con una generalizzata recrudescenza delle tensioni in Medio Oriente, dove nuovi focolai si vanno ad affiancare a situazioni già disastrose, mettendo a repentaglio le esistenze di migliaia di persone e ponendo a rischio equilibri estremamente precari. Spazzata via ogni residua illusione di democrazia e sviluppo alimentata dalle ormai defunte “primavere arabe”, ciò che resta dopo quella stagione densa di profondi sconvolgimenti e speranze è una situazione caotica e fragile, con conflittualità ed estremismi in crescita e prospettive altamente incerte, ma sulle quali è difficile essere ottimisti. Anche Papa Francesco, nel discorso di Natale, ha posto un accorato richiamo a tutti, credenti e non, affinché si adoperino con la preghiera e la buona volontà per una risoluzione pacifica di questi drammi, che ha puntualmente elencato alla partecipe folla di piazza di San Pietro. Vediamo quindi una panoramica dei conflitti in corso, non esaustiva, ma sufficiente a sottolineare la gravità degli attuali avvenimenti e il rischio di ulteriori peggioramenti.

La situazione più drammatica la troviamo in Siria, dove da oltre due anni si combatte una guerra fratricida con decine di migliaia di morti e mezzo milione di feriti, oltre a milioni di sfollati interni e profughi all’estero, alcuni dei quali sbarcati anche sulle nostre coste e spesso rinchiusi nei CIE, le vergognose strutture di pseudo-detenzione finite al centro di recenti polemiche. Come testimoniato anche dal cronista de La Stampa Domenico Quirico, che lo ha dolosamente sperimentato sulla propria pelle, il territorio siriano è ormai conteso fra le forze governative fedeli al dittatore Assad e svariate fazioni banditesche che celano i propri soprusi e ruberie dietro motivazioni religiose fondamentaliste, mentre si è persa ogni traccia dell’opposizione di stampo laico e democratico che si era originariamente sollevata contro il regime. A sostenere gli opposti schieramenti, da un lato Russia e Cina che appoggiano l’attuale dittatore per garantirsi un alleato in posizione strategica, dall’altro Arabia Saudita e Qatar che continuano a estendere a macchia di (petr)olio la loro influenza sul mondo islamico, rafforzando la propria fazione sunnita a scapito dei rivali sciiti. Al fianco di queste ultime, inopinatamente, anche le potenze occidentali, che finiscono così per sostenere in funzione anti-Assad forze integraliste da loro stessi osteggiate e combattute altrove come terroriste, rischiando di uscire politicamente sconfitte qualunque siano gli esiti del conflitto.

Una esempio della lettura errata e della visione miope con cui le cancellerie europee e il governo Usa hanno affrontato i rivolgimenti del mondo arabo dell’ultimo biennio, che trova conferma anche nella gestione della crisi egiziana, dove si è puntato molto sull’esercito in funzione di stabilità, strategia assai discutibile e dagli esiti esplosivi. Dopo aver frettolosamente scaricato Mubarak, despota corrotto ma affidabile, al minimo cenno di rivolta popolare, l’Occidente ha prima lasciato che i militari instaurassero un regime tanto provvisorio quanto repressivo, poi che i Fratelli Musulmani trionfassero nelle elezioni, portando l’Egitto nell’orbita di un islam “moderato” solo all’apparenza. Quando la deriva fondamentalista è divenuta evidente, non si è trovato di meglio che appoggiare un nuovo colpo di mano dell’esercito per destituire il presidente Morsi, fazioso ma democraticamente eletto, fattore che ha provocato una feroce polarizzazione della società egiziana, giunta sull’orlo della guerra civile e percorsa da tensioni che sfociano spesso in contrasti pubblici o in attentati devastanti, come successo di recente. Una situazione che allontana nuovamente la possibilità che l’Egitto possa riaprirsi al turismo di massa, unica opportunità per garantire un po’ di ossigeno alla faticosa e fragile ripresa che il paese cerca dopo il tracollo economico dell’ultimo triennio.

Anche in Libano si registrano attentati dinamitardi e la Tunisia, sebbene in misura minore, è scossa da tensioni e conflitti analoghi a quelli dell’Egitto, mentre in Libia non si vede al momento alcuna soluzione alla situazione caotica determinatasi dopo la traumatica caduta del regime di Gheddafi, fortemente voluta e provocata dall’interventismo occidentale, senza naturalmente pianificare alcuna strategia per il dopo. Vale la pena ricordare che da questo disastro ha preso avvio anche la guerra nel vicino Mali, alimentata e condotta in gran parte dalle milizie mercenarie e con l’arsenale del Colonnello, conflitto che vede ora impegnata in prima persona la stessa Francia, capofila della coalizione dei “volenterosi” che avevano immediatamente bombardato Tripoli non appena l’Onu aveva lasciato intravedere un flebile segnale di “luce verde”. Così oggi Parigi si trova invischiata in un conflitto insidioso provocato, in ultima analisi, da una politica di bellicismo avventurista che rischia di pagare a caro prezzo, così come sta avvenendo a larga parte del fronte occidentale in Afghanistan, dove da ben dodici anni vari contingenti, compreso il nostro, sono impantanati in un conflitto assolutamente inconcludente, che ha lasciato le cose sostanzialmente immutate, a parte il tragico bilancio di caduti sull’uno e sull’altro fronte e l’enorme numero di vittime civili, prese tra due fuochi.

Una serie di emergenze e situazioni incancrenite che ha nuovamente messo in disparte la questione mediorientale per eccellenza, quel conflitto israelo-palestinese di cui si parla nuovamente solo più per aggiornare la conta dei morti, fra reciproci attacchi e rappresaglie, mentre un negoziato serio per la creazione di due stati sovrani e indipendenti, unica soluzione praticabile per restituire un minimo di vivibilità alle due popolazioni visceralmente contrapposte, pare dimenticato nel polveroso magazzino delle buone intenzioni disattese.

Ultimo, ma non meno importante, l’Iraq, il Paese che ha subito ormai più di vent’anni fa la Guerra del Golfo, per certi versi la “madre” di tutti i conflitti successivi e delle instabilità contemporanee. Alla dinastia Bush, evidentemente, non bastava aver restaurato l’ordine “petrolifero” nel medio oriente con l’intervento del 1991. Il rampollo George jr. voleva completare l’opera di papà, per sentirsi almeno pari a lui, per cui nel 2003 abbiamo assistito alla prima “guerra preventiva”, locuzione assurda per giustificare un intervento basato su presupposti fasulli, come l’esistenza di un arsenale di “armi di distruzione di massa” risultato del tutto inesistente. Lo scopo, puntualmente raggiunto, era quello di rovesciare l’odiato Saddam Hussein, dittatore feroce e sanguinario da sempre, ma divenuto ingombrante solo quando aveva infastidito un po’ troppo il mercato dell’oro nero. Naturalmente, senza nessuna previsione per il dopo, a parte quella di mettere le mani sui ricchi giacimenti di greggio. Risultato, un paese che a dieci anni da quel conflitto non riesce a trovare una strada di pacificazione e ricostruzione, e dove il numero di vittime causate da attentati o scontri tra opposte fazioni, è stato per molto tempo di gran lunga superiore a quanto avveniva durante il truce regime di Saddam. E proprio quando sembrava che le cose stessero lentamente migliorando, ecco che il 2013 ha visto una improvvisa recrudescenza di nuovi attentati, alcuni dei quali a danno della locale comunità cristiana, sempre più minoritaria. Una persecuzione culminata proprio nel giorno di Natale, con l’esplosione di due bombe, una nel mercato del quartiere cristiano, nella zona sud di Baghdad, l’altra addirittura all’uscita dei fedeli dalla messa, che hanno complessivamente provocato diverse decine di morti e feriti. Un ulteriore atto di intimidazione nei confronti di una comunità pacifica, che nel corso di questi anni dopo la guerra si è drammaticamente ridotta di numero, da oltre un milione a poche centinaia di migliaia, proprio a causa dell’invivibilità della situazione attuale, che ha spinto molti alla fuga. E pensare che proprio la sera della vigilia, dopo molti anni, i fedeli avevano potuto assistere nuovamente alla rituale messa di mezzanotte, che si era celebrata l’ultima volta, ironia della sorte, sotto il regime di Saddam, prima che il precipitare della situazione imponesse per lungo tempo il coprifuoco.

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