Murdoch l´″immacolato″ e il servizio pubblico Rai

Agenda Domani inizia una discussione sul tema del pluralismo televisivo, che si pone oggi in maniera profondamente diversa da come si poneva negli anni Novanta. Può dunque risultare interessante provare ad individuare gli elementi di novità in funzione del dibattito sulle scelte politiche nel settore radio-televisivo.

L’avvento di nuove tecnologie di trasmissione dei contenuti della televisione sta cambiando i termini del problema del pluralismo editoriale. Le limitazioni delle frequenze della vecchia tv analogica sono state spazzate via dai nuovi sistemi di trasmissione. La tv satellitare, la tv via cavo, la tv attraverso internet, a cui si sta aggiungendo il digitale terrestre che consente di moltiplicare da quattro a sei volte il numero di canali trasmissibili per ogni vecchia frequenza analogica, e che crea di conseguenza un certo numero di editori che si ritrovano a possedere 10-15 canali televisivi terrestri ciascuno. L’offerta televisiva si espande in modo esponenziale. Ciò ha molte conseguenze.

Il telespettatore beneficia di un’offerta molto più personalizzata che in passato, potendo scegliere tra centinaia e centinaia di offerte. Si verifica quello che gli esperti chiamano la «frammentazione dell’audience1» la quale fa sì che vi siano anche delle reti nazionali che in prima serata faticano a raggiungere ascolti superiori ai cinquemila spettatori.

Ma è una rivoluzione anche dal punto di vista degli editori. Al posto del vecchio duopolio Rai – Mediaset stanno sorgendo dei monopoli nascosti, per tipo di tecnologia. Sky comanda sul satellite (pur cercando di posizionarsi anche sul mercato del digitale terrestre con la nuova tv generalista in chiaro “Cielo”), Mediaset è in una posizione di vantaggio sul digitale terrestre, mentre la Rai “signora dell’analogico” appare in ritardo su entrambe le piattaforme. Da non dimenticare anche l’importanza strategica di Telecom le cui tv fanno poca audience, ma che di fatto conserva il monopolio dell’infrastruttura della banda larga per la tv via cavo.

In un tale contesto trovo che si imponga la necessità, anche per la nostra area politica e culturale, di nuove valutazioni politiche che sappiano guardare con una maggiore serenità di giudizio che in passato (si pensi alla poco lungimirante iniziativa del referendum del 1995 per togliere Retequattro all’allora Fininvest) e con maggiore senso della realtà alla situazione nuova che si sta delineando nel domani dell’informazione televisiva italiana.

Prendiamo il caso, ad esempio, della decisione della Rai della scorsa estate di disdire l’accordo con Sky per la trasmissione del proprio bouquet digitale RaiSat. Una scelta sulla quale sono piovute le immediate critiche delle opposizioni: ennesima prova del conflitto d’interesse, mancati introiti per l’azienda di viale Mazzini per 50 milioni l’anno, nuova dimostrazione di ostilità verso Murdoch dopo il raddoppio dell’iva dal 10 al 20% , ecc.

Mi paiono argomenti che non colgono la posta in gioco o che sono perlomeno fuori luogo. È pur vero che permane irrisolto il conflitto d’interessi del Presidente del Consiglio (anche dopo un totale di sette anni di governi di centro sinistra), ma qui il punto è un altro, altre sono le questioni che solleva questa vicenda.

In base a quale concezione del servizio pubblico, la Rai avrebbe dovuto continuare a produrre un ricco bouquet di canali satellitari con i soldi del canone per poi rivenderlo ad un operatore privato che, a sua volta, lo offriva, a pagamento, ai medesimi cittadini che con il loro canone avevano contribuito a produrlo?

Forse non è del tutto irrilevante osservare che in seguito all’uscita della Rai dalla piattaforma Sky, tutti i canali dell’offerta RaiSat2 sono visibili gratuitamente dagli utenti del digitale terrestre, nelle zone in cui è già stato spento il segnale analogico, oppure, sempre in chiaro, sulla piattaforma satellitare “nazionale” Tivù sat.

Due piccioni con una fava, come suol dirsi: viene riaffermata in maniera limpida la vocazione al servizio pubblico della Rai (che contribuisce in un periodo di crisi a ridurre le differenze tra chi può permettersi la pay tv e chi no) e insieme si riacquista una autonomia editoriale e culturale che il rapporto con Sky come acquirente privilegiato delle produzioni Rai avrebbe col tempo pregiudicato. Per di più, tale decisione ha spianato la strada alla costituzione attraverso Tivù sat di un sistema nazionale televisivo pubblico-privato aperto a Rai, Mediaset e Telecom che permette al Paese di stare da protagonista ed in autonomia sulle nuove frontiere della televisione.

Infine, vi è una seconda considerazione che è difficilmente eludibile, osservando l’attuale panorama dell’emittenza televisiva. È certamente positiva la presenza sul mercato televisivo italiano di un grande gruppo editoriale internazionale come la News Corporation di Rupert Murdoch. A patto che se ne avvertano anche i rischi. A volte si ha l’impressione che le attività del gruppo editoriale del magnate australiano siano ammantate di una strana neutralità rispetto agli interessi in gioco. Forse, visto anche il ruolo politico che l’impero editoriale di Murdoch sta esercitando nel mondo (in prima linea a promuovere la falsa campagna di opinione che nel 2003 permise l’aggressione all’Iraq, oggi fortemente ostile all’amministrazione Obama negli Usa3), sarebbe auspicabile una valutazione più realistica della presenza di Sky nel panorama televisivo italiano, riconoscendone i pregi e altrettanto schiettamente i possibili rischi nella stessa misura con cui lo si fa verso altri grandi operatori privati della comunicazione.


1 Cfr. Stefano Righi, Tv, il primo comandamento è difendersi, CorrierEconomia, 16 novembre 2009.

2 Il bouquet RaiSat è composto dai seguenti canali, attualmente trasmessi in chiaro nelle zone già passate definitivamente al digitale terrestre oppure all’interno della piattaforma satellitare “nazionale” gratuita Tivù sat: Rai Uno, Rai Due, Rai Tre, Rai 4, RaiNews24, RaiSport Più, RaiSat Extra, RaiSat Premium, RaiSat Cinema, RaiSat YoYo, Rai Scuola, Rai Storia, Rai Gulp.

3 Anita Dunn, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, al New York Times a proposito del canale Fox News di Murdoch il 12 ottobre scorso: «Li tratteremo come un partito d’opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro Barack Obama e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d’informazione». A settembre un opinionista di Fox News aveva scatenato «una brutale campagna di diffamazione» contro il consigliere per l’ambiente di Obana, Van Jones, costringendolo alle dimissioni. Interessante anche il motivo del violento attacco: nel 2004 questo Van Jones osò condividere la tesi che gli attentati dell’11 settembre fossero stati usati da Bush «come pretesto per una guerra».

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