Legge elettorale, la proposta Satta un interessante contributo alla modifica per via parlamentare, oltre le suggestioni referendarie

Il percorso stentato e poco entusiasmante di questi tre anni di legislatura, nei quali un governo sempre più privo di credibilità e delle opposizioni in deficit di strategia aspettano stancamente la fine naturale del mandato, mentre il Paese risente sempre di più degli effetti della crisi, prelude oggettivamente all’esaurimento di una fase politica iniziata quasi vent’anni fa.

Allora c’era tangentopoli e il mondo stava cambiando: la fine del comunismo doveva significare per chi detiene le redini del capitalismo occidentale l’estensione illimitata del modello neoliberista.

In questo schema l’Italia cessava di essere un avamposto strategico dell’Occidente. Rimaneva tutt’al più una base importante per quella guerra ventennale per l’egemonia nel Medio – Oriente, iniziata con la prima guerra del Golfo e che si sta concludendo ai giorni nostri con un graduale ritiro dall’Afghanistan e con l’impasse in Libia, per manifesta mancanza di risorse con cui supportare le imprese belliche, non prima però di aver devastato un Paese relativamente moderno come l’Iraq, seppur sotto una orrenda dittatura, e di aver minacciato di un analogo trattamento l’Iran e il Pakistan, che ormai guardano con maggiore serenità al loro futuro, stringendo legami sempre più stretti con le potenze emergenti di questo 21° secolo.

Sul piano interno questo mutamento strategico diede allora l’impressione di costituire, per alcuni versi, una sorta di “consegna delle chiavi” del Belpaese agli interessi della finanza internazionale, attraverso un’agenda composta da obiettivi quali il ritiro dello stato da forme collaudate e proficue di intervento in economia, una riforma del sistema bancario e delle politiche monetarie in funzione della speculazione finanziaria e non dell’interesse pubblico, una progressiva riduzione e privatizzazione del welfare. Ma per realizzare questa agenda serviva un sistema istituzionale più idoneo, che desse meno peso agli interessi popolari, indebolendo la loro capacità di rappresentanza, e che soprattutto, come succede negli Stati Uniti, chiunque vinca non disturbasse l’attuazione delle strategie decise dalle élites economiche e finanziarie. Questo “pensiero unico” per affermarsi aveva bisogno della demolizione delle identità politiche popolari, della personalizzazione della politica, della enfatizzazione del momento della scelta del ”leader” come massima espressione della democrazia, a scapito della rappresentanza politica e del pluralismo politico e culturale.

L’attuale decadimento qualitativo ed etico della classe politica e le maggiori difficoltà del Paese a fronteggiare la dura crisi economico-finanziaria risultano in parte connessi anche con questi fenomeni.

Ai nostri giorni ci sono pochi dubbi sul fatto che il modello “berlusconiano” di interpretare la politica sia giunto ormai al capolinea. Non tutti però avvertono con altrettanta chiarezza che la fine del berlusconismo è destinata a trascinare con sé anche quel milieu politico-istituzionale in cui esso si è sviluppato. Difficilmente questa “seconda repubblica” potrà sopravvivere al tramonto politico di colui che ne ha incarnato e inverato tutte le novità e le numerose distorsioni. Il bipolarismo o è politico oppure non è, non può prescindere dalla presenza di veri partiti politici. E quando si fonda solo su basi artificiali, come negli ultimi vent’anni, sul sostegno o sull’avversione ad un leader, risulta fragile ed indissolubilmente legato ai destini del Capo, e lascia dietro di sé, come dimostrano le cronache parlamentari degli ultimi mesi, solo minuscoli interessi, piccole clientele ed un grande deserto programmatico ed ideale.

L’altro elemento da tener presente in tema di riforme istituzionali ed elettorali è il seguente. Come nel passaggio dalla “prima” alla “seconda repubblica” giocarono un ruolo primario fattori esterni al Paese, così oggi dobbiamo considerare il fatto che il mondo è tornato a cambiare molto velocemente, ma in una direzione assai diversa da quella di vent’anni fa. I nuovi attori globali del secolo, i Brics, sono tutti paesi extra-europei ad eccezione della Russia e l’Unione Europea potrà assumere un ruolo ma solo se l’Ue riuscirà a dotarsi della necessaria coesione, altrimenti esisterà solo la Germania. In questo nuovo contesto, l’emulazione dei sistemi istituzionali di tipo anglosassone appare doppiamente inopportuna. In primo luogo perché questi non risultano adatti alla complessa articolazione del sistema politico italiano, ed in secondo luogo perché la semplice omologazione a quel mondo appare meno utile che in passato agli interessi geo-politici del nostro Paese.

Occorre dunque guardare in avanti con progetti organici di riforma. Tali risultati non si possono ottenere per via referendaria, come ci insegnano le passate esperienze, fatte sia di referendum elettorali falliti, che di referendum che non hanno certo contribuito a moralizzare la vita politica, come quello sulla preferenza unica. I due opposti referendum elettorali proposti da Passigli e Castagnetti, pur accomunati dal fine condivisibile del superamento dell’attuale legge elettorale, finirebbero però per portarci all’indietro. Nel primo caso ad un proporzionale meno efficiente di quello della “prima repubblica”, nel secondo caso ad una controfigura del “mattarellum”, di cui comunque è difficile avvertire la nostalgia.

Senza dimenticare che l’elettorato si è dimostrato molto maturo nei confronti dell’istituto referendario. Quando i quesiti rispondono a temi avvertiti come importanti a livello popolare (è il caso dei referendum del giugno scorso), non manca la partecipazione. E quando si è di fronte ad un abuso del ricorso al referendum, se non ad una vera e propria strategia referendaria architettata da piccole minoranze all’insegna del relativismo etico e di un liberismo senza freni in campo economico e sociale, si assiste, come negli ultimi 16 anni, ad un inesorabile fallimento dei referendum.

La strada maestra della riforma della legge elettorale non può che essere quella parlamentare, nella quale le forze politiche sappiano assumersi le loro responsabilità e nella quale possa farsi sentire anche la voce delle forze vive della società e della cultura.

Sotto questo profilo, a mio avviso, merita una attenta considerazione la proposta di riforma del sistema elettorale delineata dal prof. Vincenzo Satta. Essa si presenta come una proposta organica, adatta alla presente situazione del Paese, e allo stesso tempo nuova e aperta a dei correttivi già sperimentati in altre grandi democrazie come quella tedesca e quella spagnola. Ma soprattutto costituisce un contributo costruttivo capace di stimolare il dibattito a partire dall’area cattolico democratica ed in funzione di una iniziativa per via parlamentare per una riforma della legge elettorale che crei i presupposti per una nuova fase della politica italiana nella quale i ceti lavoratori e popolari tornino ad avere una giusta rappresentanza.

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