Referendum, un voto “scongelato” o “arroventato”?

Lo scorso 12 e 13 giugno si è raggiunta una partecipazione alle urne straordinaria per un referendum abrogativo, che non si registrava da ben 16 anni, dall’11 giugno 1995, con i 12 referendum , tra cui quello sulle concessioni televisive nazionali.

La differenza fondamentale tra questi referendum e quelli svolti negli ultimi quattordici anni, tutti falliti per il mancato raggiungimento del quorum, consiste nel fatto che i temi oggetto dei quesiti erano facilmente comprensibili da tutti i cittadini, al di là della loro formulazione con linguaggio burocratico-giuridico. Erano insomma comprensibili per l’elettorato popolare, e non solo per gli addetti ai lavori.

Inoltre, questi referendum sono capitati a ridosso di una tornata elettorale amministrativa come quella dello scorso maggio, nella quale è emersa una forte domanda di cambiamento, a fronte della gravità della situazione economica e sociale del Paese.

Questo desiderio di cambiamento, di mandare un segnale chiaro al governo ed a tutta la classe politica, è, accanto alla comprensibilità sostanziale dei temi del referendum, l’altra molla che ha consentito di superare abbondantemente il quorum della maggioranza assoluta dei votanti, e di ottenere la riuscita di tutti e quattro i referendum abrogativi. Un dato che era piuttosto evidente nelle settimane precedenti il voto ma che molti non hanno saputo cogliere, a cominciare dai principali esponenti della maggioranza di centro destra.

Al successo di questi referendum, inoltre, è risultata determinante la mobilitazione nel mondo cattolico, sia sotto l’aspetto organizzativo, con associazioni come le Acli impegnate direttamente nel comitato promotore dei due referendum sull’acqua, sia sotto l’aspetto della partecipazione al voto, condizionato anche dalle prese di posizione che ci sono state nella Chiesa, sui rischi connessi al nucleare, che potrebbero aver favorito l’affluenza alle urne anche di una parte consistente di cattolici elettori del centro destra.

Tuttavia, quello dell’affluenza alle urne di un buon 30% dell’elettorato del centro destra è un dato che rischia di essere enfatizzato e di produrre gravi distorsioni nella lettura degli avvenimenti. Sulla scorta di certi interessanti studi, come quello dell’Istituto Cattaneo, si rischia di trascurare i due veri motivi che hanno trascinato il 57% degli elettori a partecipare a questi referendum. Il primo è che i quesiti (soprattutto quelli su acqua e nucleare) erano ritenuti importanti da una grande maggioranza degli elettori. Il secondo motivo è che, poiché siamo in una fase in cui nell’elettorato si palesa una profonda delusione per l’operato del governo, ed in particolare per l’incapacità dimostrata a ridurre l’eccessivo onere fiscale che grava sul lavoro e sui settori produttivi del Paese, una quota consistente dell’elettorato del centro destra ha voluto esprimere il proprio scontento verso il governo recandosi alle urne in occasione dei referendum. Da qui a dire che l’elettorato in Italia si sta “scongelando”, ce ne passa. Questo può rappresentare una pericolosa illusione soprattutto per il Partito Democratico, se crede che una quota significativa di questi scontenti del centro destra possa anche solo lontanamente prendere in considerazione l’ipotesi di votarlo.

In realtà, finché il Pd non scioglierà i dubbi sul suo profilo culturale e politico, le nuove speranze di vittoria del centro sinistra possono concretizzarsi solo con dei sorpassi in retromarcia, in cui primeggia chi arretra di meno. Così è possibile che la coalizione riformista torni in gioco per la guida del Paese, ma se non compirà uno sforzo per trovare una politica che parli alle principali componenti economiche e sociali del Paese, correrà il rischio, come già avviene negli enti locali, di dover gestire la durissima emergenza economica e sociale che si prospetta per il prossimo autunno, aggravata da una instabilità monetaria sempre più preoccupante, senza riuscire a dialogare con intere categorie sociali.

In un momento in cui l’economia non va bene, le fonti di reddito per le famiglie si riducono, il lavoro scarseggia, gli elettori hanno inteso dare una indicazione chiara alla politica, di cambiare la rotta per uscire da questa crisi. E’ tempo di chiudere una fase, quella della “seconda repubblica” modellata attorno al consenso o all’avversione verso un leader a vocazione plebiscitaria. Ed il presupposto per questo cambiamento è costituito da una nuova legge elettorale, che consenta le aggregazioni e la formazione delle maggioranze non contro gli avversari, ma per affinità di idee e di programmi, e restituisca agli elettori il potere di scelta dei candidati e delle coalizioni.

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