Chi vince, non convince

Il test elettorale amministrativo dello scorso 12 giugno, che ha riguardato quasi nove milioni di elettori, sembra aver dato la conferma di una triplice tendenza.
Innanzitutto continua a preoccupare il dato sulla partecipazione al voto. Il 56% di affluenza è migliore rispetto a quello registrato in occasione delle amministrative nelle grandi città dell’autunno scorso, ma rivela la persistenza di una vastissima area di astensione, destinata a divenire la principale incognita nella prospettiva delle elezioni politiche del prossimo anno.
La seconda tendenza risulta essere quella della frammentazione, sia attraverso una abnorme moltiplicazione delle liste, molte delle quali non sono andate tanto oltre la cerchia dei loro promotori, sia all’interno delle maggiori coalizioni e addirittura nella composizione delle liste dei maggiori partiti, costituite spesso da blocchi di cordate che si sovrappongono anziché da una ponderata rappresentanza sociale e politica. Più che il trionfo della democrazia, una caricatura del pluralismo.
La terza tendenza, nonostante il sistema elettorale delle comunali designi necessariamente un vincitore, appare essere quella della mancanza di un chiaro responso sul piano politico. I due poli cantano vittoria come lo fa la galassia delle liste non allineate, e come lo fanno le forze di centro e ciò che resta dell’opposizione. La sensazione complessiva, tuttavia, è che, a differenza di un passato neanche troppo lontano, non vi sia più uno schieramento emergente, o risorgente, in grado di attirare attorno a sé la maggioranza dei consensi, o perlomeno capace di fare un exploit.

L’alto tasso di astensione finisce per essere la controprova del fatto che fra ciò di cui parlano le forze politiche, e la realtà c’è un divario sempre più ampio. A ben vedere dinamiche simili si manifestano anche in Francia. La buona partecipazione al voto alle presidenziali dell’aprile scorso e un responso politico che sembrava chiaro, sono stati smentiti alle legislative di giugno. In entrambi i turni hanno votato meno della metà dei francesi, rispettivamente il 47% al primo turno e il 46% al secondo. E soprattutto il risultato delle politiche francesi comporta un ridimensionamento della vittoria di Macron, effettuato dai due principali sconfitti alle presidenziali di aprile, la Le Pen e Mélenchon.
Anche Oltralpe la crisi politica appare profonda. E alcuni motivi di questa crisi sembrano simili a quelli che si sono manifestati in Italia e in altri Paesi europei.

Quali indicazioni trarre dai messaggi che in qualche modo l’elettorato lancia? Per ovviare alla debolezza della politica non ci sono ricette semplici. Occorre ripartire dai fondamentali. Riscoprire la capacità dell’autonomia dei giudizi politici e dei percorsi di formazione alla politica rispetto a pochissimi centri di potere e di interessi che in questo secolo hanno forgiato una politica a loro misura, al prezzo però di averne pregiudicato la credibilità e la capacità di rappresentanza soprattutto fra i ceti popolari e intermedi. Abbandonare ogni forma di dogmatismo ideologico, di eccesso, di furore (cose capaci di creare danni anche se fatte in nome delle più nobili cause) e recuperare la capacità di scrutare l’orizzonte del futuro col suo carico di novità ma anche di imprevisti. Mutare l’approccio ai problemi risulta fondamentale in una fase di crisi eccezionale e di cambio d’epoca come quella in corso. Ad esempio, se c’è il caro energia che falcidia l’economia e i bilanci familiari attraverso un forte aumento dell’inflazione, si deve dar prova di un giusto equilibrio, accogliendo la sfida di tenere insieme la sostenibilità ambientale con quella sociale ed economica. Se si sacrifica un termine a scapito degli altri la frattura fra classe politica e cittadini, classe media e medio-bassa in particolare, si allarga. Il modo per costruire un modello di sviluppo basato sulla sostenibilità passa necessariamente dall’affrontare, e non ignorare, le sfide, anche quelle inattese, che si presentano nell’oggi.
Se, come risulta all’Eurispes, l’aumento dei prezzi dell’energia è in cima alle preoccupazioni degli italiani, allora, in concreto, per ridurre la sfiducia degli elettori nel sistema dei partiti attuali, si potrebbe iniziare ad avviare, anche con l’occasione delle prossime elezioni politiche, un serio ed appropriato dibattito su come ridurre il prezzo dell’energia: quali strategie di approvvigionamento delle fonti disponibi; quale sviluppo ulteriore delle fonti rinnovabili; quali investimenti per nuove forme di energia pulita e a buon prezzo per fare marciare le industrie “pesanti”, energivore, tutti i tipi di trasporti; quale coordinamento internazionale?
L’alternativa alla crisi della politica, all’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti esiste ed è quella di aprirsi alle priorità che la Storia ci detta, e di aumentare il grado di consapevolezza della posta in gioco nel periodo che stiamo vivendo.

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