Capaci e via D’Amelio: trenta anni fa

Bastano i nomi: Capaci e via D’Amelio, e tutti capiscono. Luoghi per sempre impressi nella nostra memoria: quelli delle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e a sua moglie, Francesca Morvillo, giudice anch’essa, a Paolo Borsellino e agli agenti delle rispettive scorte. Tra questi ultimi, alcuni ragazzi poco più che ventenni.

Ci separano trent’anni, più di una generazione, da quel 1992 segnato da un attacco della mafia allo Stato con una ferocia inaudita. Era la rabbia di una criminalità che, dopo la sentenza del maxi processo e le decine di ergastoli comminati ai capi di Cosa nostra, si sentiva braccata e voleva farla pagare ai due magistrati, uomini di punta del pool antimafia, che, più di chiunque altro, avevano contribuito a quell’esito.

Il pool era stato creato negli anni Ottanta da Rocco Chinnici, e dopo il suo assassinio, nell’estate 1983, era passato sotto la guida di Antonino Caponnetto. Veniva inaugurato un nuovo metodo di lavoro basato sull’idea di individuare i flussi di denaro e i movimenti finanziari connessi all’universo mafioso. Novità assoluta per una magistratura abituata a perseguire i singoli reati senza una visione d’insieme. Ma, ancor di più, novità per un’Italia in cui parte della sua classe dirigente giungeva persino a negare l’esistenza stessa della mafia.

“La mafia non esiste, è un’invenzione di quelli del nord per denigrare la Sicilia”, era una delle frasi più comuni, ripetute dalla politica, ma non solo. Succedeva anche all’interno della magistratura stessa. Tutti a fare spallucce, a sminuire e a sminuzzare in mille rivoli la questione. Nulla pareva scuotere l’inerzia del ceto politico nel dotare di più penetranti strumenti i giudici chiamati a contrastare questa impennata di sangue.

Ci volle l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, da pochi mesi prefetto di Palermo, perché fosse finalmente approvato l’art. 416 bis del codice penale che configurava in modo preciso l’associazione mafiosa, consentendo di colpirla indipendentemente dagli specifici reati commessi dai suoi appartenenti. Da quel momento partì il lavoro del pool e prese le mosse il lungo cammino verso il maxi processo, confermato dalla Corte di Cassazione proprio nel gennaio di quel fatidico 1992, l’anno delle stragi.

Un percorso costellato non solo dai prevedibili propositi di vendetta di Cosa nostra, che la giurò a Falcone e a Borsellino, ma anche dal meno prevedibile, e dunque più doloroso, clima di incomprensione che si creò negli ambienti giudiziari palermitani. Nulla fu risparmiato a Falcone, accusato di protagonismo. Fino a quella definizione per lui e Borsellino di “professionisti dell’antimafia” che mostrava a quale livello di bassezza potesse giungere parte della nostra classe dirigente. Chi, come Falcone, si impegnava a fondo contro la criminalità mafiosa dava fastidio perché faceva risaltare l’ignavia generalizzata.

La prova generale del suo assassinio fu inscenata già nell’estate 1989, con un ordigno all’Addaura, nei pressi di Palermo dove il giudice trascorreva le vacanze. Eppure qualcuno ebbe persino la spudoratezza di affermare che Falcone quell’attentato se lo era organizzato da solo. Per passare da vittima. Nel 1991, dopo la bocciatura per la guida della Procura nazionale antimafia, accettò la nomina alla direzione degli Affari Penali del ministero della Giustizia. Si sarebbe occupato di affinare gli strumenti contro il crimine e la prima e azzeccata mossa fu la creazione della Direzione investigativa antimafia.

Poi a Capaci, il 23 maggio, la fine! Cinquecento chili di tritolo sotto l’autostrada a cancellare tutto e cinque vite spezzate. Con Falcone e la Morvillo, morirono gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Due mesi dopo, in via D’Amelio, toccò a Borsellino e alla sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.

A trenta anni di distanza Falcone e Borsellino restano due custodi della legalità che uno Stato, non di rado pavido e indifferente, lasciò da soli in prima linea. Così come da soli erano stati lasciati il generale Dalla Chiesa o, in circostanze diverse ma non dissimili, il commissario Luigi Calabresi. Uomini caduti nel compimento del proprio dovere, per lo più incompresi da una classe dirigente cui questa dedizione al bene comune era spesso del tutto estranea.

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