Un impegno per la pace proporzionato alla gravità della situazione

Gli Anni Venti di questo secolo sembrano esser iniziati sotto il segno dell’accelerazione di processi e progetti che si stavano sviluppando da decenni, a cui forse non si è posta la dovuta attenzione in passato. Uno di questi processi è quello di una globalizzazione caotica, mal governata, che ha aumentato gli squilibri esistenti e ne ha creati di nuovi. Da una parte essa ha creato una accumulazione di ricchezza nelle tasche di pochissimi gruppi privati senza precedenti nella storia. Dall’altra ha creato nazioni che sono passate dall’essere serbatoio di manodopera a bassissimo costo e con scarsi diritti, ad essere consapevoli della propria forza in tutti i settori. Queste ultime ora chiedono di contare di più nella gestione della politica mondiale, di avere pari dignità attraverso il multipolarismo. Mentre i primi, i detentori delle enormi ricchezze create con una sistematica compressione del costo del lavoro, puntano a un governo mondiale che è qualcosa di distinto e di diverso dalla semplice continuazione dell’egemonia occidentale o americana, perché ha una natura privata, che sta al di là e al di sopra delle istituzioni. Questo scontro sembra aver ricevuto una netta accelerazione negli ultimi tempi.

Questa premessa è, a mio avviso, necessaria per cogliere la vicenda della guerra in Ucraina in tutta la sua gravità. L’invasione perpetrata dalla Russia costituisce un fatto gravissimo e da condannare. Essa rappresenta una risposta del tutto inaccettabile alla guerra civile ed etnica in corso nei territori russofoni dell’Ucraina dal 2014, alla quale non è stata trovata negli anni una soluzione diplomatica a causa del fallimento degli accordi di Minsk, rispetto al quale ciascuna delle parti ha le sue responsabilità. I motivi del fallimento degli accordi di pace sono i medesimi che stanno ora alimentando la guerra. È chiaro a tutti, infatti, che la soluzione della crisi ucraina implicava il riconoscimento reciproco fra Ovest ed Est, un accordo fra Occidente e Russia, e con essa il più ampio mondo dei Brics, per la governance globale. La parola pare quindi esser passata definitivamente alle armi.

In un tale quadro emergono due questioni sulle quali credo occorra riflettere prima che gli eventi possano prendere una piega irreversibile. La prima è quella sulla fornitura di armi all’Ucraina, la seconda è quella delle conseguenze per l’Europa di questa guerra.

Non può esservi nessun dubbio nel condannare l’invasione russa dell’Ucraina. Qualche dubbio affiora invece nel rifornire l’Ucraina di armi via via più distruttive, soprattutto se a farlo sono Paesi Nato non ancora ufficialmente belligeranti. Dubbi di natura etica che si sommano a quelli di natura politica. Diversi analisti ed esperti militari hanno manifestato il convincimento che la resa sarebbe stata e resta la via migliore per l’Ucraina per sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di forza. Mentre continuare ad armare l’Ucraina sortisce solo l’effetto di far crescere il numero delle vittime, prolungare il conflitto e aumentare a dismisura i rischi di allargamento della guerra. Effetti che sembrano non dissuadere coloro che puntano alla soluzione militare dello scontro tra Ovest ed Est.

L’altra questione è quella del prezzo che si è disposti a pagare per l’Ucraina, soprattutto da parte dell’Europa che è il teatro nel quale si combatte la guerra, e di un suo possibile allargamento. Oltre al rischio estremo bellico, l’Europa si sta già esponendo, con sanzioni sempre più autolesioniste quanto inefficaci nei confronti della Russia, a fenomeni di rincaro dell’energia, dei prezzi delle materie prime, dei generi alimentari, le cui ricadute appaiono devastanti sul tessuto economico e sociale, già compromesso dalle crisi finanziaria e sanitaria, soprattutto nei Paesi a più forte vocazione manifatturiera, tra cui il nostro. Fino a che punto si è disposti a impoverire l’Europa a causa della guerra in Ucraina? La prospettiva di fenomeni di protesta di entità tale da non poter esser più governati, appare tutt’altro che remota e il tempo che rimane per scongiurarla, si sta riducendo.

Le suddette questioni, il rischio che il popolo ucraino venga usato come carne da cannone di una guerra per procura, e il rischio di un collasso economico-sociale dell’Europa in conseguenza di questa guerra, non paiono trovare la considerazione che meritano in un panorama informativo caratterizzato dal dilagare dell’emotività, prodotta dall’ostentazione degli orrori della guerra al solo fine di dipingere la nazione che ha invaso, come terribile e folle. Serve invece razionalità, criticare e contestare i piani del fronte contrapposto per aprire spiragli a una soluzione diplomatica. E va rivendicato con decisione il diritto a esprimere delle posizioni senza esser criminalizzati o esposti al pubblico ludibrio. Il pluralismo è un valore, sempre, anche nelle emergenze. Così credo vada organizzata una posizione di contrarietà ad un ulteriore spargimento di sangue. La contrarietà all’invio di armi italiane in Ucraina è una posizione pienamente legittima e in linea col dettato costituzionale, e come tale va rispettata al pari delle altre. Se anche solo manifestarla, sui media, nei partiti, nelle associazioni e in ogni altro ambito di dibattito pubblico, può esser apparso come un problema, allora questo significa che traspare, sui temi dirimenti del dibattito, un grosso problema di pluralismo informativo che dipende da una sempre più anomala, per la democrazia, concentrazione di proprietà degli organi di informazione.

E come cristiani impegnati nella società credo sia più che legittimo, nella distinzione degli ambiti, che ci si interroghi circa la validità della posizione per la pace e per l’immediata cessazione della “crudeltà selvaggia” della guerra, come l’ha definita Papa Francesco, espressa dalla Chiesa e dalla diplomazia vaticana. Si tratta di un tema che può produrre lacerazioni nelle comunità, nei gruppi, nelle associazioni ma che si può affrontare nelle forme opportune, con iniziative trasversali aperte a credenti e tutti gli uomini e donne di buona volontà.

Alla base però vi è una irrisolta questione educativa e formativa che riguarda anche il cattolicesimo sociale e politico. Senza solide basi e punti di riferimento la maggior parte dei destinatari di una informazione di massa martellante in senso unidirezionale, finisce semplicemente per reagire a ciò che le viene propinato e dunque rischia di esser facilmente manipolabile per fini che le si ritorceranno contro. Perché queste fasi di buio della storia sono i momenti in cui si deve dimostrare di saper discernere, approfondire, distinguere e valutare in modo autonomo, lasciandoci illuminare dall’ispirazione cristiana, che non ci esime dalla fatica di rapportarci alla complessità estrema della situazione, ma ci aiuta a non adeguarci, con realismo e responsabilità, allo spirito di questo mondo. Spirito mondano che sembra quantomai assetato di nuove tragedie e che quindi necessita di essere contrastato da autentiche iniziative di pace che possibilmente trovino il terreno fertile di coscienze mature.

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