Indro Montanelli, a venti anni dalla morte

Venti anni fa, il 22 luglio 2001, moriva a 92 anni Indro Montanelli, un po’ da tutti considerato il più grande giornalista italiano. Nato nel 1909 a Fucecchio, in provincia di Firenze – sua madre figlia di un commerciante di cotone e suo padre professore di scuola media – dopo gli studi classici e la laurea in giurisprudenza approdò nel mondo della carta stampata. Un mondo che doveva certo sentire assai più congegnale di una cattedra da insegnante o di uno studio da avvocato.

Da quel momento – siamo nei primi anni Trenta – ha inizio una carriera giornalistica forse impareggiabile in quanto a capacità di scrittura e maestria nel catturare il lettore. Anni dopo dirà di aver imparato a scrivere con una certa chiarezza lavorando negli Stati Uniti alla United Press. In un pezzo si trovò a parlare di Franklin D. Roosevelt. Dopo aver letto l’articolo il capo redattore gli chiese chi era mai questo Roosevelt. Montanelli – ben lo si comprende – di fronte ad una simile domanda si chiese se non lo si stesse prendendo in giro. L’uomo però gli spiegò di non dare per scontato che tutti i lettori del giornale sapessero che Roosevelt era il presidente degli Stati Uniti. Bisognava dunque specificarlo rendendo il pezzo pienamente comprensibile a tutti, anche, come si dice in America, al lattaio dell’Ohio. Una lezione di giornalismo che il giovane Indro non dimenticò mai.

Nel 1936 dopo la guerra in Etiopia – periodo in cui si colloca la nota vicenda della giovane sposa abissina – venne mandato dal Messaggero, suo primo giornale, a seguire a la Guerra civile spagnola. Sin da allora si manifestò la sua idiosincrasia per qualunque forma di retorica, tanto cara invece al fascismo allora imperante. Scrisse che nella battaglia di Santander, nel nord della Spagna, il vero ostacolo non furono i “rossi” ma il caldo torrido che rese impervia la marcia dei nazionalisti. Nel regime si trovò offensivo che un corrispondente potesse avere l’impudenza di mettere alla berlina la crociata antibolscevica. Intervenne addirittura Mussolini e il ministero della Cultura popolare lo espulse dall’Ordine dei giornalisti. Solo grazie all’amicizia con Giuseppe Bottai, uno dei principali esponenti del fascismo, conosciuto in Abissinia, Montanelli evitò il confino e venne mandato a Tallin, in Estonia, per un lettorato in lingua italiana.

Una collocazione, all’epoca più che mai ai margini dell’Europa, che si rivelò la sua fortuna. Di lì a poco con lo scoppio della Seconda guerra mondiale le sue corrispondenze dal fronte – per il Corriere della Sera dove era stato nel frattempo assunto – lo avrebbero reso definitivamente famoso. A lanciarlo fu il conflitto russo-finlandese. Da Helsinki iniziò a scrivere articoli sull’eroismo del popolo nordico contro l’orso sovietico e la maggioranza degli italiani, che a malapena sapeva dove fosse, cominciò a parteggiare per la Finlandia. Solo che in quel momento l’Urss era alleata della Germania e noi legati a quest’ultima dal Patto d’acciaio. Ancora una volta da parte del regime vi fu qualche malumore ma Aldo Borelli, direttore del Corriere, si giustificò affermando che grazie a quei pezzi il giornale andava a gonfie vele. Era un’esagerazione che conteneva però qualcosa di vero, perchè la penna di Montanelli cominciava a piacere ai lettori.

Il lettore e null’altro era il suo obiettivo, con l’ambizione di raccontare se non la verità assoluta (che nessuno possiede), per lo meno quello che stava vedendo in quel momento. Se ne ebbe la riprova molti anni dopo durante la rivolta ungherese del 1956. In Italia, e in Occidente, faceva un gran comodo sostenere che il popolo magiaro si stesse battendo contro il comunismo in nome dei principi liberali. La realtà era diversa e Montanelli, uno dei pochi giornalisti rimasti a Budapest, spiegò – tra l’incredulità della borghesia italiana – che in Ungheria si lottava, e si moriva, per il socialismo e non contro di esso.

Per tutta la vita rimase un conservatore propenso ad idealizzare la destra e i suoi valori. Solo che da noi la destra, più che essere l’erede di politici come Quintino Sella o Luigi Einaudi, ha trovato in Silvio Berlusconi il suo campione. Tra il Cavaliere e il giornalista fu quasi subito rottura e quest’ultimo dovette lasciare la direzione del Giornale che aveva fondato nel 1974, reagendo alla svolta radical-chic del Corriere anni Settanta. Berlusconi voleva arruolarlo come grancassa per la sua propaganda elettorale e Montanelli, ad 85 anni suonati, rispose fondando La Voce, quotidiano controcorrente, senza padroni e padrini politici. Non si era fatto intimidire dal fascismo, aveva affrontato a viso aperto le Br che lo avevano ferito in un agguato, figuriamoci se poteva cedere dinanzi alle pressioni italo-forzute. E allora la sinistra, che lo aveva sempre bollato come un inveterato reazionario, cominciò ad applaudirlo.

A venti anni dalla morte, di Montanelli resta intatta la passione con cui, sempre con la schiena diritta, svolse il mestiere di giornalista e per il quale rifiutò – caso più unico che raro – persino la nomina a senatore a vita. Disse che dopo aver avversato i palazzi del potere per tutta la vita, non poteva certo accettare di entrarvi dentro. Si sarebbe giocato la credibilità con i suoi lettori: quello a cui teneva di più.

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