SI cambia

Qualcuno diceva che la pazzia consiste nel fare le stesse cose allo stesso modo pensando di ottenere un risultato diverso. Il buon senso dovrebbe dirci invece che per far sì che le cose cambino, bisogna cambiare le cose.

Potrebbe sembrare lapalissiano, ma non è così scontato.

Prendiamo il referendum sulla riduzione dei parlamentari.

Da decenni gli italiani si lamentano del fatto che i politici sono corrotti, incapaci, strapagati, assenteisti, venduti e chi più ne ha più ne metta. Bene, allora riduciamo il numero di questi inutili fannulloni, dice qualcuno.  Ma a quel punto, si solleva un movimento di opinione che si oppone alla riduzione dei parlamentari paventando tracolli della democrazia, assolutismi dispotici e sciagure varie, sostenendo che tutto deve restare come è, anzi magari cambiare, ma non così.  Chissà come, verrebbe allora da chiedersi, visto che il numero dei parlamentari è quello deciso nel secondo dopoguerra, quasi ottanta anni fa, in condizioni socio-politiche ben diverse.

Intendiamoci, la riduzione dei parlamentari non è certo la panacea dei vari guai politici che affliggono il Belpaese. E non c’è dubbio che l’attuale riforma, trasformata in vessillo e manifesto dai Cinquestelle, sia molto più dettata da demagogia e populismo che da un ponderato e organico progetto di riforma costituzionale. Tuttavia, molte delle ragioni degli oppositori risentono dello stesso approccio demagogico e, alla radice, di un certo corporativismo non certo disinteressato.

Analizziamo i numeri, in genere più sinceri delle opinioni.

Se la riforma verrà approvata, si passerà da 630 deputati a 400, da 315 senatori a 200, totale 600 parlamentari invece di 945, mantenendo il bicameralismo perfetto, ovvero con le due Camere che fanno lo stesso lavoro. Attenzione, questo fattore è essenziale per calcolare la rappresentanza: infatti i cittadini italiani sono rappresentati da tutti i parlamentari, perché tutti sono eletti e fanno le stesse cose, quindi i rappresentanti resterebbero 600, che su una popolazione di 60 milioni di cittadini significa un parlamentare ogni 100.000 abitanti, a fronte dell’attuale 1,57 su centomila.

Una percentuale che ci pone in linea con le altre maggiori democrazie europee. Per chiarire, è particolarmente significativo il confronto con la Gran Bretagna, ormai fuori dall’UE, ma senz’altro una delle democrazie più consolidate del mondo. Nel parlamento di Londra siedono oltre 1.400 membri, ma solo i 650 della Camera dei Comuni sono democraticamente eletti e rappresentano “il popolo”. Gli appartenenti alla Camera dei Lord sono tali per diritto acquisito, a volte ereditario, dunque non rappresentano i cittadini, semmai la nobiltà, ma la loro funzione è prevalentemente simbolica. Infatti, i Governi, i premier e i ministri sono sostanzialmente espressione della camera bassa, l’unica effettivamente operativa. Dunque, se contiamo solo i 650 membri della camera dei Comuni, eletti democraticamente e con funzioni di governo, in rapporto alla popolazione della Gran Bretagna, otteniamo una percentuale di 0,97 rappresentanti ogni 100mila abitanti, di poco inferiore a quella risultante dalla attuale riforma italica.

Discorso analogo può essere fatto per la Francia, dove l’Assemblea nazionale eletta dai cittadini e con poteri legislativi conta 577 deputati, che su 67 milioni di francesi  comporta un rapporto 0,86 rappresentanti ogni 100mila abitanti, mentre il Senato viene nominato da “grandi elettori” (sindaci, consiglieri comunali e regionali) in elezioni di secondo livello, come avviene da noi per le Città metropolitane. In Germania la percentuale scende a 0,85, in Spagna si attesta a 1,2, poco più alta di quella prevista dalla nostra riforma, ma comunque inferiore all’attuale.

Per non parlare degli Stati Uniti, dove i membri del Congresso sono solo 535 (435 deputati e 100 senatori) su una popolazione di 330 milioni di abitanti, con un rapporto di “rappresentanza” che si ferma a 0,16 su 100.000, circa un ottavo di quello in previsione da noi. Eppure, nessuno di quelli che oggi difendono strenuamente lo status quo si è mai stracciato le vesti per i poveri cittadini statunitensi così drammaticamente sottorappresentati, anzi molti di costoro hanno sempre additato gli USA come fulgido esempio di democrazia.

Non solo.

Qualcuno dice che, su un ipotetico orologio, i politici ragionano guardando la lancetta dei secondi, gli statisti osservando quella dei minuti, i demografi quella delle ore. I nostri Padri costituenti si sono comportati come questi ultimi, perché le Costituzioni si misurano sui decenni e sulle generazioni, non in mesi e anni.

Ebbene, quando la Costituzione è stata scritta, determinando il numero dei parlamentari, l’Italia era un Paese devastato, che doveva ricostruirsi e ripensare tutto il proprio apparato di funzionamento, scardinato dal ventennio dittatoriale fascista, quindi effettivamente serviva un esteso organo legislativo, che (ri)scrivesse il corpus di leggi necessario alla nascente Repubblica democratica, oltretutto in una prospettiva di forte crescita demografica e sociale, che in effetti caratterizzò l’Italia per il trentennio successivo.

Oggi la situazione è diametralmente opposta. Tutti sappiamo (anche chi si oppone alla riforma) che il problema dell’Italia non è scrivere leggi, bensì farle rispettare, anzi ne abbiamo persino troppe, non di rado in conflitto tra loro. Sappiamo anche che, dal punto di vista demografico, l’Italia è un Paese in contrazione, dove le nascite sono di gran lunga inferiori ai decessi e l’equilibrio della popolazione è determinato solo dall’immigrazione, peraltro fortemente osteggiata da larga parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica. Le proiezioni di questa tendenza indicano che al 2100 l’Italia potrebbe crollare a 30 milioni di abitanti, la metà di quelli attuali. Attenzione, la data sembra lontanissima, ma il lasso di tempo è analogo a quello che ci separa dalla promulgazione della Costituzione e dalla determinazione del numero di parlamentari, quindi ragionando in prospettiva dimezzare il numero di rappresentanti è semplicemente in linea con le tendenze demografiche, a meno che nei prossimi decenni non avvengano cambiamenti radicali.

Infine, quando i costituenti hanno determinato il numero di parlamentari, le due Camere erano effettivamente l’unica rappresentanza del “popolo”.  Oggi, una fetta consistente dell’attività legislativa ed esecutiva dello Stato è demandata alle Regioni, che all’epoca non c’erano. Inoltre, buona parte dell’attività legislativa consiste nel recepimento di direttive europee: secondo il sito specialistico Openpolis, già all’epoca del Governo Berlusconi la percentuale era del 35%, a fronte di un 65% di leggi di iniziativa parlamentare, buona parte delle quali studiate ad personam  per le esigenze affaristiche e giudiziarie del Cavaliere. Da allora, la percentuale di leggi europee ratificate dal Parlamento è costantemente cresciuta sotto ogni Governo: Monti 42%, Letta 43, Renzi 44, Gentiloni quasi 46, Conte addirittura oltre il 62%. Tuttavia, il nostro organo legislativo è così inefficiente che non di rado Bruxelles ci ha sanzionato per il mancato recepimento delle direttive nei tempi stabiliti.

La maggior parte dell’attività consiste dunque nel fare da passacarte alla UE, demandare alle Regioni oppure fare da stampella al Governo. In piena pandemia, le decisioni venivano prese per decreto del Presidente del Consiglio (i famosi DPCM) perché l’urgenza non consentiva di aspettare i tempi dell’iter parlamentare, ma anche nella normalità è spesso l’Esecutivo a dettare l’agenda, mentre il Parlamento ratifica, non di rado sotto il ricatto del voto di fiducia.

A cosa ci serve dunque un Parlamento così sovradimensionato, inefficiente e costoso rispetto al sostanziale ridimensionamento delle sue prerogative? A garantire la rappresentanza ed evitare che la sua composizione venga determinata dalle segreterie di partito?

Tranquilli, è già così. Da quando sono state eliminate le preferenze, sono i partiti a stilare liste bloccate, grazie alle quali entrano in Parlamento quelli nominati dalle segreterie, non quelli che vorrebbero i cittadini. Se si volesse davvero difendere la rappresentanza, la prima cosa da fare sarebbe reintrodurre le preferenze,  singole naturalmente, per evitare che con le preferenze multiple si possa controllare l’elettorato con un meccanismo troppo complesso per affrontarlo qui, ma ben spiegato anni fa da Mariotto Segni, che ne ottenne l’abolizione prima di cadere nel dimenticatoio della politica. Poi, sarebbe opportuno legare i candidati al territorio, invece di consentire ai “big”di presentarsi capolista nei collegi ritenuti “sicuri”, invece che a casa propria.

Dunque, la rappresentanza è solo un alibi. Ben pochi elettori saprebbero dire “chi li rappresenta” perché votato nel proprio collegio, semplicemente perché gli elettori non votano i candidati, ma le liste decise da qualcun altro nelle segrete stanze dei vertici di partito.

La verità è che il Parlamento assomiglia sempre più a uno stipendificio dove piazzare parenti, amici, sodali e lacchè, a prescindere dalla loro competenza. Per non parlare dei frequenti episodi di corruzione, cambio di casacca e piazzate varie, fra striscioni, insulti e carnevalate della peggior specie.

In un contesto simile, risparmiare oltre trecento stipendi troppo spesso destinati a individui indegni, incompetenti o disonesti, è non soltanto legittimo, ma auspicabile. Oppure si può difendere lo status quo, ma si perde il diritto di lamentarsi delle troppe storture italiche. Ed è pur vero che per cambiare le cose occorre una riforma più organica, ma è altrettanto vero che una spallata può essere salutare perché, una volta aperta la crepa nel monolite, sarà più facile inserire le riforme successive.

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