Il Covid in carcere

Tra i molti fronti aperti nella lotta contro l’epidemia Covid-19, ce n’è uno che fatica ad arrivare all’onore delle cronache: è quello delle carceri, dove il virus sta dilagando nella quasi totale indifferenza. È il caso anche della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno delle Vallette di Torino, da dove è partito un appello – denuncia da parte dei detenuti che godono del regime di semilibertà.

La palazzina dei “semiliberi”, si legge nel comunicato, è <<…un ambiente di circa 100 metri quadrati suddiviso in più camere per un totale di 45 persone, 2 servizi igienici per tutti e al pian terreno di questa struttura ci sono anche delle mamme con dei bambini innocenti che continuano ad essere rinchiusi.>>. Decisamente problematico, in una situazione come quella descritta, riuscire a mantenere quel “distanziamento sociale” che, a oggi, appare l’unica misura veramente efficace per il contenimento della diffusione dell’epidemia.

Purtroppo, da qualche settimana il virus è riuscito a penetrare fra le mura del carcere: è del due aprile la notizia della prima vittima ufficiale da Covid-19. Dal quel momento il contagio si è allargato, spingendo i detenuti a lanciare la richiesta di attuare i provvedimenti per diminuire l’affollamento nelle strutture carcerarie. In effetti, fra le misure contenute nel Decreto “Cura Italia”, ci sono previsioni in tal senso, ma secondo la protesta dei detenuti sono in parte disattese o di problematica attuazione.

Per tornare all’esempio del carcere delle Vallette di Torino, ad oggi si contano già purtroppo oltre una sessantina di contagi, tra detenuti, guardie penitenziarie e personale vario. Sarebbe quindi auspicabile l’adozione di provvedimenti in grado di diluire la popolazione carceraria, optando per soluzioni alternative. In particolare, sottolineano alcuni attivisti vicini alla galassia NoTav, ci sarebbero un centinaio di carcerati che potrebbero fruire di una sospensione della pena per periodi variabili, con termine massimo il 25 giugno. Si tratta di detenuti comuni, condannati per piccoli reati, spesso anziani o con patologie pregresse, ovvero appartenenti a quelle categorie individuate come particolarmente a rischio. Costoro potrebbero fruire temporaneamente di un regime di libertà controllata assimilabile agli arresti domiciliari, ovvero con obbligo di residenza coatta e sottoposta a controllo periodico da parte della polizia penitenziaria.

Il problema è che per poter scontare la pena “ai domiciliari” bisogna averlo, un domicilio. Cosa che purtroppo non sempre si verifica. Si arriva dunque all’assurdo di persone che avrebbero il diritto di lasciare il carcere, diminuendo il rischio di contagio per sé, per gli altri reclusi e per tutti gli operatori penitenziari, ma si trovano a dover rimanere in galera causa la mancanza di un indirizzo di residenza. Per questo motivo, alcuni attivisti si sono mossi per mettere a disposizione alloggi e strutture per accogliere queste persone, coinvolgendo enti e realtà del Terzo settore, ma a tutt’oggi questa disponibilità risulta largamente insufficiente.

È stato quindi diramato un appello per chiedere che vengano messi a disposizione, da chi può, alloggi da affittare a canone calmierato in Torino e prima cintura, fidando in quel buon cuore e solidarietà di cui abbiamo visto molteplici esempi in questi momenti difficili. Tuttavia, è singolare che non si registri il minimo interessamento da autorità e amministrazioni varie, che potrebbero, se volessero, intervenire in tempi brevi e in maniera assai più efficace.

Vale la pena ricordare, infatti, che in questo momento le strutture alberghiere sono chiuse e vuote, quindi in perdita secca, almeno per quanto riguarda i costi fissi. Dunque, non dovrebbe essere difficile stipulare una convenzione tra qualcuna di tali strutture e una o più Amministrazioni pubbliche, che preveda una tariffa di soggiorno in grado di coprire le spese alberghiere. Il costo a carico del pubblico probabilmente non sarebbe molto più elevato di quello della normale detenzione in carcere e sarebbe certamente inferiore a quello di un eventuale ricovero in terapia intensiva. A meno che, in un momento di grande difficoltà a gestire questa fase emergenziale, non si preveda anche per i detenuti la stessa strategia a lungo adottata per le RSA, le Residenze per anziani: l’abbandono. Un atteggiamento che contribuisce a creare una sensazione sottilmente inquietante: quella che, nella oggettiva difficoltà di salvare tutti, si decida – forse inconsciamente – di considerare qualcuno “sacrificabile”.

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