Pd e centrosinistra, sveglia! Su Europa e debito l’effetto coronavirus ha cambiato tutto

La coalizione riformatrice nelle varie forme che ha assunto dalla nascita del Partito Democratico a vocazione maggioritaria fino all’attuale alleanza di necessità fra Pd e M5s, si è svenata elettoralmente e screditata sul piano della reputazione verso il suo naturale bacino elettorale, la classe media e lavoratrice, per sostenere politiche deflattive geneticamente contrarie a una visione solidarista. Se partiti populisti e sovranisti alle ultime politiche hanno sfiorato il 60% del consenso, ciò lo si deve anche alla rinuncia del centrosinistra a fare politiche incentrate sullo sviluppo sostenibile, in favore invece dell’ottemperanza a regole economiche europee calibrate sull’austerità.

Il grande errore di valutazione in cui è inciampato il centrosinistra è stato quello di ritenere che le regole economiche europee finissero per coincidere con il sostegno all’integrazione europea. Ma poiché tali vincoli altro non erano che la fedele trasposizione sull’intera Eurozona dell’interesse nazionale tedesco (a esser magnanimi franco-tedesco), della sua Weltanschauung, della sua geopolitica alla prova dei fatti hanno sortito un effetto diametralmente opposto. Le catene del Patto di Stabilità, del pareggio di bilancio in Costituzione, del perpetuo avanzo primario, dell’austerità senza se e senza ma, del fondo salva-stati appositamente riformato per esser pronto a scattare nei prossimi anni come una tagliola contro l’Italia, dandole il colpo di grazia anziché aiutarla a rinascere, non hanno affatto concorso a far progredire l’integrazione europea, bensì si sono rivelati potenti fattori della sua disgregazione.

Difendendo tali vincoli nonostante le loro terribili performance, il Pd si è trovato a dover accettare tutto il pacchetto per i quali questi parametri sono stati concepiti: la fobia del debito pubblico, l’ordoliberismo, il mercantilismo, e di conseguenza, la compressione estrema di salari e diritti sociali e del lavoro, la depressione della domanda interna, gli aumenti esponenziali dei tassi di disuguaglianza, povertà e disoccupazione. Tutte cose che fanno a pugni con una visione progressista dell’economia e della società, e, a ben vedere, anche con la formazione neokeynesiana della maggioranza dei quadri dirigenti, degli intellettuali, degli elettori della galassia riformatrice nelle sue espressioni di partito, di sindacato, di associazionismo e di tante altre forme di corpi intermedi, i quali, a loro volta, hanno purtroppo manifestato una preoccupante subalternità culturale alle “certezze” sulle mirabolanti virtù dell’austerità, propinate a valanga dalle varie articolazioni e agenti del mainstream. Gli stessi che ora, vedendo approssimarsi il rischio di un crollo di sistema, già parlano della necessità del what ever it takes, di fare tutto quanto necessario per superare l’emergenza connessa all’epidemia, anche infrangere l’argomento tabù del debito.

Ora il rischio concreto per le forze di centrosinistra è di rimanere in mezzo al guado, mollate dai poteri che negli anni scorsi le hanno spinte a difendere un rigore di bilancio indifendibile e insostenibile, e in ritardo a riconnettersi con le idee-guida delle loro culture politiche, socialista, cattolico-democratica, ambientalista, laico-progressista.

Dunque per l’area politica alternativa alla destra sulle due questioni cruciali costituite da Europa e debito è giunto il momento di rivedere le posizioni, di cambiare visione e strategia.

Occorre trovare le energie e il coraggio per mettere in campo una forte iniziativa veramente europeista che esprima la necessità di completare in tempi certi e ravvicinati l’unione economica e quella politica. Ma ciò è possibile solo se si riconosce che l’austerità, gli attuali parametri economici, aumentando le divergenze fra Paesi membri e classi sociali fanno implodere l’Ue, e dunque vanno abbandonati.

Intimamente connessa alla riuscita del completamento del progetto europeo è la questione del debito. La sua fobia non ha più ragion d’essere. Nelle fasi di prolungata recessione, come quella verso cui ci stiamo addentrando, e che l’emergenza sanitaria ha accelerato, esistono solo due vie maestre per uscirne: la prima è la guerra, che ci fa orrore, la seconda è il ricorso a politiche macroeconomiche incentrate su un appropriato e armonico aumento del debito pubblico, non di un tot, ma di quanto serve a rimettere in moto l’economia. Debito che non ricadrà affatto sulla testa delle future generazioni, alle quali anzi prepara un futuro migliore, ma che sarà ridimensionato dalla crescita economica e soprattutto dalla sua monetizzazione, ovvero la sua immissione nel circuito dell’economia reale, senza strozzare imprese, famiglie e cittadini con una pressione fiscale e con dei tagli al welfare insostenibili. Vale a dire l’esatto contrario delle attuali regole europee. La battaglia per il debito pubblico in definitiva coincide con quella per l’Europa unita o almeno per salvare l’Ue da imminenti rischi di implosione. Duole constatare invece che la maggior parte dei dirigenti del centrosinistra si stia arroccando ancora a difesa di politiche gravemente procicliche, senza accorgersi di apparire ormai come gli “ultimi giapponesi” dell’austerità. Per questo accanto al cambio di politiche serve un ricambio di classe dirigente, nuova più che per l’età o il curriculum, per le idee, come ci insegna il ruolo esercitato da Bernie Sanders sugli equilibri del partito democratico americano. E in particolare si avverte il bisogno di nuovi leaders che intendano mettersi in gioco per la conquista della segreteria del Partito Democratico e della guida del centrosinistra alle elezioni del 2023. Occorre lavorare sin d’ora affinché il candidato della coalizione riformatrice per Palazzo Chigi sia una personalità che su Europa e debito sia capace di esprimere quella svolta che le circostanze straordinarie richiedono.

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