Pandemia

Se volete sapere cos’è una pandemia, provate a chiederlo a un motore di ricerca su internet. Scoprirete che è sufficiente digitare la lettera “c” per vedere comparire il termine più ricercato del momento, ovviamente “coronavirus”, cioè l’agente responsabile dell’attuale epidemia.

Su alcuni motori di ricerca, fra i primi risultati compaiono addirittura quelli di siti che offrono “kit di protezione” per tutelarsi dai rischi di contagio, evidentemente messi in risalto dagli algoritmi di ricerca perché pubblicati da inserzionisti paganti.

Questo ci fa capire che cosa è veramente oggi una pandemia: un inestricabile miscuglio fra casi clinici conclamati e sovraesposizione mediatica che ingigantisce il problema. Ovvero, la paura del contagio che si diffonde in maniera enormemente più veloce, globale e capillare del contagio stesso.

Intendiamoci: il rischio epidemico non è affatto da sottovalutare, specialmente in un mondo globalizzato come il nostro, caratterizzato da un turbinio forsennato di merci e persone che scorazzano per il pianeta. Ma non c’è dubbio che, in questo come in altri casi, l’aspetto mediatico è determinante. Certo, la maggior parte dei mezzi di comunicazione ripete che non bisogna farsi prendere dal panico e che la situazione è sotto controllo, ma il fatto stesso che se ne parli così tanto contribuisce a far crescere i timori. Il continuo bombardamento mediatico incentrato sulla notizia agisce come un tarlo che si insinua nel pensiero collettivo, tanto che bastano un paio di starnuti (peraltro normali in questa stagione) per far temere il peggio.

È sufficiente che qualcuno tossisca a qualche metro di distanza perché molti vengano assaliti dalla paura del contagio. Ancor peggio se chi presenta qualche sintomo ha fattezze orientali, circostanza che induce a pensare che sia con ogni probabilità affetto dal temibile virus partito dalla Cina.

Proviamo a fare qualche valutazione oggettiva, senza cadere assolutamente nel rischio di sottovalutare il problema, ma facendo le debite proporzioni numeriche e alcune considerazioni collaterali.

Il report di fine gennaio dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, massima autorità in materia, rileva 9826 casi accertati, di cui 9720 in Cina e 106 distribuiti in 19 Paesi. A questi si aggiungono più di 15.000 casi sospetti, ma non confermati. Per quanto riguarda i casi conclamati, 1527 (meno del 16%) vengono definiti “severi”, mentre i decessi erano 213 (poco più del 2%).

Dati parziali, perché l’epidemia non ha probabilmente ancora raggiunto il suo picco, tanto più che la stessa OMS giudica “elevato” il rischio di contagio a livello globale e addirittura “molto elevato” in Cina, situazione che non consente affatto di abbassare la guardia.

Tuttavia, per avere qualche termine di paragone, ricordiamo che ogni anno il virus influenzale colpisce globalmente tra il 5 e il 15% della popolazione adulta (fra 350 milioni e 1 miliardo di persone), percentuale che fra i bambini sale al 20-30%. Fortunatamente, meno dell’1% dei casi si rivela fatale, ma si tratta comunque di 250/500.000 vittime all’anno. All’opposto, il temibile virus Ebola,  responsabile di svariate epidemie negli ultimi anni, fra le quali la peggiore nel 2014, con oltre 10.000 vittime e tassi di mortalità spesso superiori al 50%.

Eppure queste epidemie hanno provocato assai meno preoccupazione. Nel caso di Ebola perché, paradossalmente, il virus è talmente “efficace” da mantenere circoscritta l’infezione, perché debilita o addirittura uccide l’ospite prima che possa disseminare il contagio. Nel caso dell’influenza, perché viene considerata “normale”, per cui molti non prendono nemmeno in considerazione l’idea di vaccinarsi, nonostante il numero di vittime sia migliaia di volte più elevato di quello finora causato dal nuovo coronavirus.

Altro termine di paragone: la stima delle morti premature in Italia a causa dell’inquinamento dell’aria è di circa 90.000 all’anno, cioè 246 al giorno, più o meno come le vittime provocate finora dal virus in Cina, dove però la popolazione è venti volte più numerosa. Eppure ogni volta che si prendono provvedimenti quali il blocco dei veicoli più inquinanti, si rischia la rivolta di popolo, perché gli automobilisti “stoppati” vedono lesi i propri diritti.

È chiaro quindi che il sistema mediatico ha grandi responsabilità nella creazione di “pandemie”. Se gli organi di informazione ci martellassero quotidianamente, come fanno ora per il coronavirus, con i numeri delle vittime da inquinamento, forse accetteremmo con più serenità i blocchi del traffico e saremmo più propensi a cercare alternative meno inquinanti, dal trasporto pubblico alla bicicletta, passando per l’auto elettrica.

Allo stesso modo, se i telegiornali ogni giorno aggiornassero il bollettino dei morti a causa dell’influenza, probabilmente aumenterebbero le richieste di vaccino. Vaccino che verrebbe nuovamente percepito come misura fondamentale di prevenzione per svariate malattie, anziché ostracizzato sulla base credenze e notizie fasulle. Sarebbe anche interessante vedere quanti “no-vax”, contrari a vaccinare sé stessi e i figli, si siano magari fiondati in farmacia alla ricerca di mascherine per proteggersi dal contagio che viene dall’Oriente, nonostante le probabilità di venire in contatto col virus esploso in Cina siano ben minori di quelle di contrarre il morbillo …

Gli organi di informazione dovrebbero quindi affrontare le questioni in modo più oggettivo, anziché buttarsi sulle notizie a caccia di “audience”. Basti vedere che persino un avvenimento epocale come la Brexit, con la Gran Bretagna che se ne va dall’UE dopo quasi mezzo secolo, è passato in secondo piano rispetto alla psicosi dell’epidemia globale.

Infine, un paio di considerazioni a margine. La prima per elogiare la Cina per la trasparenza con la quale ha affrontato la crisi, atteggiamento impensabile anche solo pochi anni fa, quando il tutto sarebbe stato celato o minimizzato. La puntuale informazione fornita dalle autorità cinesi è stata fondamentale per predisporre le contromisure a livello internazionale.

Secondo, la pandemia ha messo ancora una volta a nudo le problematiche di un mondo eccessivamente globalizzato e interconnesso, dove crisi lontane rischiano di avere ripercussioni ovunque. Oggi è plasticamente visibile la teoria del caos, quella che dice che se una farfalla sbatte le ali a Pechino si crea un uragano dalla parte opposta del mondo. Infatti è bastato un microscopico virus in una misconosciuta città cinese per provocare crolli in borsa, incetta di mascherine, panico ovunque.

Infine, ci sarebbe da rimarcare come nel nostro Belpaese anche questa problematica, come quasi tutto del resto, sia stata strumentalizzata dai soliti polemisti per dare addosso al Governo che, invece, è stato piuttosto efficiente nel predisporre le opportune contromisure. Ma queste polemiche sono una pandemia tipica e frequente dell’Italia, scatenate da individui virulenti ancor più contagiosi del coronavirus, per i quali purtroppo al momento non sembra ci siano sufficienti anticorpi.

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