Intervista a Carmelo Cedrone: “L’Europa a un bivio: dare un sovrano all’Euro o sarà travolta dai nazionalismi”

Un’analisi senza sconti sui limiti dell’Europa attuale per un europeismo concreto, non retorico, consapevole della posta in gioco: “senza un cambio di passo”, si rischia “di affossare l’Eurozona che solo l’intervento e l’azione della Bce ha finora impedito”. È tempo di rompere gli indugi: “bisogna completare l’Eurozona, per arrivare all’Unione Politica indicando i tempi e le modalità di realizzazione, con una tabella di marcia”, partendo da “politiche concrete percepibili dalla gente”.

Mentre sta per insediarsi la nuova Commissione Europea guidata per la prima volta da una donna, la tedesca Ursula von der Leyen, si avverte come non mai la necessità di un cambio di passo nel cammino di integrazione europea per uscire dall’immobilismo e per realizzare un primo “nucleo unitario” europeo. Per farlo occorre però affrontare “gli snodi essenziali che dal Trattato di Roma del 1957 ci hanno condotto fino ai nostri giorni, attraverso una catena di errori commessi sul terreno della politica e dell’economia sociale, che hanno prodotto sfiducia e povertà nei cittadini europei”. Lo ha scritto Carmelo Cedrone, dirigente sindacale con una profonda conoscenza delle istituzioni europee e coordinatore del “Laboratorio Europa” dell’Eurispes, nel suo libro “Dentro l’Europa” (ed. Ponte Sisto), al quale abbiamo rivolto alcune domande sulle priorità per la nuova Commissione e le altre istituzioni europee all’inizio del loro nuovo mandato e sulla strategia da adottare per il rilancio dell’Europa, come casa comune europea, secondo il progetto dei suoi Padri fondatori.

Carmelo Cedrone

D. I discorsi retorici, lo stallo ed i rinvii certo non giovano alla causa dell’Europa: è possibile un cambio di passo?

R. Non solo è possibile, ma è necessario! E’ un cambio che aspettiamo sin dai tempi della crisi, che invece ha prodotto, a differenza di quanto ci aspettavamo, il blocco dell’Unione. Ci sono tutti gli strumenti giuridici previsti dal Trattato per farlo, però non basta perché si tratta di un blocco politico.

D. Quali sono le questioni preminenti che la nuova Commissione Europea dovrebbe affrontare per uscire dall’attuale, rischioso, immobilismo?

R. Per uscire dall’immobilismo, ance se può sembrar strano, la prima cosa che l’Unione deve fare e quella di “decidere di voler decidere”. Il problema non è su quale materia partire, purché parta e rimuova il blocco. Comunque il punto di partenza non può che essere il completamento delle riforme avviate nell’Eurozona e rimaste al palo, insieme alla questione dell’immigrazione e della sicurezza per i cittadini

D. In particolare per le politiche economiche e sociali e per l’assetto dell’Eurozona quali sono le cose da fare subito onde porre fine all’aumento delle divergenze e realizzare una nuova convergenza fra Stati e fra classi sociali?

R. Come dicevo bisogna completare le riforme avviate per l’Eurozona (Unione Bancaria, Mercato dei Capitali, Meccanismo salva Stati…….), ma la vera riforma da mettere in atto nell’Eurozona è quella economica, le cui politiche devono essere finalizzate, appunto, alla convergenza economica e sociale tra paesi, per distribuire equamente vantaggi e svantaggi e non il contrario come avviene adesso. Una necessità che non ha niente a che vedere col debito, sempre evocato, a sproposito, col risultato di aumentare ancor più le divergenze. Si tratta di porre mano all’Unione economica, insieme a quella sociale nell’Eurozona, per arrivare a quella politica, la madre ed il “cappello” di tutte le Unioni, quelle vere e non solo nominative.

D. Nella prospettiva della sostenibilità sociale ed ambientale è ipotizzabile un grande piano di investimenti comuni europei, oltre le rigidità del Patto di stabilità e per ridare centralità a lavoro e sviluppo?

R. Questo era già da fare appena scoppiata la crisi, com’è avvenuto in tutti i paesi del mondo, compresi quelli europei che non avevano l’Euro. Nell’Eurozona è stato fatto, meglio, è stato imposto, il contrario. Io stesso, come CESE, insieme a pochi altri, avevamo proposto subito una sorta di “new deal”, ma tutto cadde nel vuoto assoluto, solo la BCE ci diede retta, ma non è servito a nulla e, purtroppo, non serve ancora oggi. Una “dottrina” rimasta immutata e che, senza un cambio di passo, rischia di affossare l’Eurozona che solo l’intervento e l’azione della BCE ha finora impedito (o solo ritardato?)

D. Quali sono le altre riforme strutturali di cui l’Europa necessita nel medio e lungotemine? E in che modo l’Italia può contribuire alla riforma dell’Unione Europea?

R. Forse bisognerebbe distinguere le due, o più “Europe” già esistenti, almeno quella dell’Eurozona e il resto. In verità la prima e più importante riforma “strutturale” da fare sarebbe quella “Politica”, almeno a medio, non a “lungo” termine. E’ la risposta che i paesi dell’Unione, o solo alcuni di essi, dovrebbero dare per evitare che tutto continui a deteriorarsi riducendo man mano l’Europa un soggetto insignificante. Perciò a breve o medio termine bisogna completare l’Eurozona, per arrivare all’Unione Politica indicando i tempi e le modalità di realizzazione, con una tabella di marcia. L’Italia, paese fondatore, che insieme alla Grecia, ha fornito le basi culturali e giuridiche dell’Europa, può fare molto per completarne la costruzione. Deve solo tornare ad essere se stessa, attraverso un sussulto che le faccia superare le beghe quotidiane, come fosse uno dei tanti paesetti dei nostri Appennini, per riprendere la guida della costruzione Europea, che non è ne di destra né di sinistra, a differenza invece delle “politiche” che l’Unione deve e dovrà poi attuare, sulle quali ci si potrà dividere. Si tratta di due cose diverse, sulle quali si fa speculazione e si ingannano i cittadini.

D. Quale Germania e quale Italia per l’Europa: in che senso si può dire che i rapporti bilaterali fra questi due Paesi risultano decisivi per il futuro dell’Europa?

R. E’ il cuore della questione. L’Italia e la Germania sono due paesi complementari, entrambi fondamentali per la costruzione dell’Europa. Senza un chiarimento ed un ritorno di fiducia tra i due paesi, l’Europa continuerà a rimanere bloccata; perciò bisogna eliminare l’equivoco. Se Italia, Germania e Francia, a cui bisogna affiancare la Spagna, decidono di proseguire sul piano dell’integrazione politica, necessaria a recuperare e gestire insieme le sovranità già perdute dai singoli paesi, l’Europa si farà, altrimenti si continuerà a camminare a ritroso. Bisogna riprendere, invece, il cammino sulla base dei risultati dell’incontro di Versailles, appunto tra Italia, Francia Germania e Spagna e del vertice di Roma in occasione della ricorrenza dei 60 anni (2017) del Trattato di Roma, entrambi proposti dall’Italia. Non si deve e non si può ricominciare sempre daccapo.

D. L’attualità della “lezione” di Mario Draghi: un patrimonio da non disperdere in Europa e in Italia. Qual è la sua opinione?

R. La BCE, attraverso il suo Presidente, è stata l’unica istituzione europea, in questi anni di crisi, a tenere la barra dritta e ad impedire il peggio per i paesi dell’Eurozona. Ciò avvenuto nonostante i limiti di cui la stessa BCE soffre, una Banca Centrale nata già mutilata, senza gli stessi poteri di tutte le banche centrali degli altri paesi del mondo. Una cosa inaudita, al limite del masochismo ed è tra i limiti dell’Eurozona da superare, anche se ciò non basta, perché la cosa più importante è dare un sovrano all’Euro, un sovrano “comune”, che oggi non ha. Deve cioè intervenire la politica, perché la BCE, la politica monetaria da sola, come Draghi ha inutilmente denunciato in tutti questi anni, non basta, non basta più. E se Draghi non avesse avuto la capacità geniale di interpretare nel verso giusto il Trattato, sostenendo la necessità di innalzare l’inflazione verso il 2% così come previsto, oggi molto probabilmente l’Eurozona si sarebbe ridotta in cenere. Grande quindi il merito di Draghi; meno male che c’era, ma, per non ricadere nella medesima situazione, occorre andare oltre, superando i limiti dell’Eurozona in tempi credibili.

“Il problema è se le classi politiche e culturali europee sono coscienti di quanto sta avvenendo o, piuttosto, non ne sono gli strumenti”.

D. Un banco di prova della capacità di affrontare i problemi a livello europeo è costituito dall’immigrazione: come devono cambiare le politiche comunitarie sul tema?

R. L’immigrazione su cui si è fatta molta speculazione e basta, insieme alla sicurezza, è stata l’emergenza che ha mandato in blocco l’Unione. Ha reso ancora più evidente l’egoismo degli Stati e lo sbandamento dell’Europa di fronte ad un problema epocale che difficilmente si potrà risolvere erigendo altri muri, mentre quello di Berlino lo abbiamo abbattuto trenta anni fa! Perciò serve definire una strategia comune, anche tra un numero di paesi più limitato, basata sulla politica estera, cioè una politica di sostegno verso i paesi di provenienza, la revisione dell’accordo di Dublino sia per i rifugiati che per gli immigrati economici ed una politica delle quote tra paesi. Infatti bisogna prevedere l’acquisto delle quote di immigrati da parte dei paesi virtuosi a scapito di quelli che rifiutano di accoglierli, i quali si vedrebbero così sottratti una parte dei finanziamenti comunitari a loro destinati, anche se destinati ad altre politiche (esempio quelle di coesione o della PAC).

D. Come ritrovare la stella polare del cammino di integrazione europea, a fronte di fenomeni che hanno generato un cambiamento profondo della sua percezione in una parte non irrilevante di cittadini, e in un mondo in cui è in atto una epocale ridefinizione degli equilibri di potere?

R. Questo può avvenire in due modi: per prima cosa l’Unione deve mettere in atto, da subito, delle politiche concrete, che non vanno solo evocate. Iniziative e politiche che la gente può percepire, attraverso le quali coglie un segno di cambiamento, al contrario di quando avvenuto durante la crisi o con le nuove emergenze, come dicevamo pocanzi. Inoltre servirebbe un cambio di passo dei governi europei, o almeno di alcuni di loro, capace di indicare una prospettiva comune, che spieghi alle persone perché conviene stare insieme, almeno su alcune cose, oggi più di ieri, anche per respingere la sirena di un nuovo nazionalismo che avanza. Un nazionalismo/sovranismo che, nell’ipotesi migliore,favorisce la disintegrazione. Il problema è se le classi politiche e culturali europee sono coscienti di quanto sta avvenendo o, piuttosto, non ne sono gli strumenti. Qui sta il nodo oggi, già più di un anno fa. Ciò significa che dobbiamo lavorare per “ripartire” dal basso? Con quali strumenti nell’ epoca dei social e dei nuovi monopoli che li manipolano? Non è un compito facile, ma bisogna provarci, proprio ora che non solo l’Europa, ma ognuno di noi è in pericolo, proprio perché è in atto un “feroce” riequilibrio dei poteri.

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