Le problematiche del commercio “on line”

Gli acquisti effettuati tramite internet aumentano di anno in anno con una progressione impressionante, tanto da uguagliare o superare, in alcuni casi, quelli effettuati con il commercio tradizionale. Questa tendenza porta una serie di ricadute di cui è ormai indispensabile tenere conto, perché questa evoluzione del commercio (e del consumismo) implica profonde trasformazioni economiche, territoriali e nella logistica, la quale, come sappiamo, a sua volta ha un forte impatto sui consumi energetici e sulle emissioni inquinanti. Viste le dimensioni sempre più ampie e diffuse del fenomeno, una seria riflessione sulle sue conseguenze sociali, economiche e ambientali è ormai strategicamente opportuna e indifferibile.

Per quanto riguarda l’aspetto sociale, facciamo osservare che, se gli acquisti si fanno da casa, digitando sulla tastiera di un computer, in un emporio virtuale, anziché recandosi in un luogo fisico dedicato al commercio, è inevitabile che diminuisca l’interazione fra persone e aumentino isolamento e distanza fra individui, fenomeni già presenti in questa epoca sempre più social, ma sempre meno sociale, dove una percentuale rilevante di “relazioni umane” avviene principalmente o esclusivamente tramite un interfaccia virtuale.

Dal punto di vista economico, invece, l’avvento del commercio on line favorisce evidentemente l’ascesa di colossi sovranazionali, che operano a livello planetario con logiche ancora più estreme di quelle delle multinazionali tradizionali. Infatti, non si tratta di strutture produttive, ma distributive, dunque ramificate e collocate più nell’universo virtuale che in quello fisico. Questa loro natura sovranazionale e in larga parte immateriale ha diverse conseguenze, che vale la pena rimarcare.

La prima, piuttosto lampante, è che il commercio on line contribuisce ad acuire la concentrazione della ricchezza, come dimostra il fatto che i fondatori di questi imperi sono entrati in breve tempo nella ristretta cerchia degli uomini più ricchi del pianeta. La seconda riguarda il rapporto costi-benefici rispetto all’economia locale. Per loro natura, queste aziende spostano merci – e flussi finanziari – su scala planetaria, “atterrando” sui territori solo per la parte logistica terminale. Questo consente loro di avere impatti rilevanti, tipo la cementificazione di vaste aree strappate all’agricoltura per la costruzione di giganteschi poli logistici, pur restando avulse dal contesto in quanto a ricadute positive, sia in termini occupazionali, sia in termini macroeconomici.

Prendendo in considerazione l’aspetto occupazionale, si può rilevare che, a fronte di un’offerta lavorativa quantitativamente esigua e qualitativamente infima sotto il profilo salariale e normativo, il commercio virtuale provoca la cancellazione di un numero imprecisato, ma certamente rilevante, di posti di lavoro nel commercio tradizionale.

Sotto il profilo economico, invece, allargando lo sguardo si può comprendere come l’acquisto on line sia un’arma a doppio taglio per il consumatore, perché a fronte di un risicato risparmio immediato, nasconde insidie non adeguatamente percepite dal cittadino medio. Abbiamo già detto della cementificazione dei suoli e del calo dell’occupazione complessiva, fenomeni in certa misura percepibili direttamente, ma c’è un aspetto indiretto, meno evidente, ma non meno importante, che è quello fiscale.

Sfruttando la loro struttura multipolare, queste aziende riescono a dissimulare con relativa facilità i reali flussi di fatturati e ricavi, cosa che rende possibile praticare quella che viene chiamata elusione fiscale, fenomeno più sottile e meno tracciabile della famigerata evasione fiscale.

In questo caso, infatti, non si nascondono in maniera truffaldina i guadagni per evitare di pagarci sopra le tasse, ma con una serie di transazioni finanziarie si fa in modo di spostarli dove è più conveniente dichiararli. In sostanza, sono stati individuati svariati casi – in numero tale da farlo ritenere prassi consolidata – nei quali, a fronte di volumi rilevanti di vendita in vari Paesi, compreso il nostro, i ricavi risultavano in capo a branche aziendali o consociate domiciliate, guarda caso, in paradisi fiscali dove l’imposizione era di gran lunga inferiore a quella dei Paesi dove i prodotti erano stati effettivamente commercializzati.

È chiaro che se colossi del genere, su volumi sempre crescenti, non pagano tasse o lo fanno solo in minima parte nel nostro Paese, automaticamente cala il gettito fiscale, cosa che va a scapito del bilancio complessivo dello Stato. Ovvero, a causa dei mancati introiti rivenienti dal commercio, l’Amministrazione ha solo due alternative: aumentare la pressione fiscale sugli altri contribuenti, oppure tagliare le uscite, cioè diminuire i servizi ai cittadini.

Ecco allora che, a fronte del risparmio di pochi (centesimi di) euro, il consumatore si ritrova da un lato a subire continui tagli allo stato sociale, dall’altro a dover pagare più tasse per compensare quella quota di gettito fiscale che prima proveniva dai settori del commercio al dettaglio e all’ingrosso, ma che ora evapora nel mondo virtuale, lo stesso da cui si materializzano i nostri comodi acquisti a domicilio …

Ultimo, ma non per importanza, l’aspetto ambientale. All’inizio, le vendite a distanza erano un fattore di nicchia, riservato a pochi specialisti che operavano su un numero limitato di prodotti e settori. Ma ben presto qualcuno si è accorto delle potenzialità del sistema e ha provveduto a renderlo un fenomeno globale e di massa. Ebbene, finché si restava su piccoli volumi e su determinate tipologie di acquisti, il commercio via internet era più conveniente, sia economicamente sia ambientalmente, rispetto a quello tradizionale. Un discorso rimasto valido fino a un certo livello di penetrazione di questo sistema, che beneficia di un efficiente controllo informatico in grado di abbattere costi e ottimizzare la logistica, creando economie di scala competitive.

Ma oggi, con volumi di vendita cresciuti in modo esponenziale rispetto agli albori dell’e-commerce, la situazione si è ribaltata e cominciano a vedersi effetti collaterali di cui va tenuto conto.

Sono ormai diversi gli studi condotti in maniera indipendente che evidenziano un maggiore impatto ambientale del commercio on line rispetto a quello tradizionale, a fronte della convenienza economica (piccola) per i consumatori e (gigantesca) per gli operatori del settore.

In particolare nell’ambito urbano, dove peraltro tende sempre più a concentrarsi la maggioranza della popolazione, il commercio virtuale risulta maggiormente inquinante rispetto a quello tradizionale per le piccole quantità ordinate, che comportano una parcellizzazione della distribuzione tale da aumentare sia la quantità di imballaggi necessari, sia il numero e la lunghezza degli spostamenti, entrambi fattori che a loro volta aumentano la quantità di sostanze inquinanti disperse nell’ambiente o in atmosfera.

In effetti, se ci si ragiona un attimo, è intuibile: se attraversiamo tutta la città per andare a comprare un singolo oggetto specifico, allora produce certamente meno impatto ordinarlo via internet e farcelo portare da un corriere che fa già altre decine di consegne nella nostra zona; ma se ci rechiamo in prima persona, per dire, al supermercato ad acquistare tutto ciò che ci occorre, magari più o meno sugli stessi percorsi casa-lavoro-scuola, produciamo sicuramente meno emissioni di una flotta di veicoli che girano come trottole a portare qua e là pochi prodotti per volta.

Non si tratta di una semplice ipotesi: questo modello distributivo sta effettivamente diminuendo l’efficienza logistica, dal momento che i suoi flussi caotici e la differenziazione dei prodotti provocano, banalmente, una riduzione del volume di merce mediamente caricato sui veicoli adibiti alla consegna. E i logisti (ma anche gli ambientalisti, gli economisti o le brave massaie …) sanno bene che un trasporto a mezzo carico conviene molto meno di uno a pieno carico, a prescindere dall’efficienza e dalle minori emissioni del veicolo utilizzato. Discorso a maggior ragione valido per quei Paesi che si affacciano solo ora al benessere commerciale, con relativo aumento della propensione al consumo, ma dove continuano a circolare mezzi altamente inquinanti, che i Paesi più sviluppati stanno gradatamente mettendo al bando.

Ricapitolando, il commercio on line, che attira sempre più consumatori grazie a prezzi competitivi, rapidità e comodità dell’acquisto, presenta molte criticità, destinate fatalmente a crescere con l’aumentare dei volumi di vendita. Oltre agli aspetti già presi in esame, possiamo aggiungere fra le problematiche ambientali quella di ritrovarsi, in un futuro prossimo, a dover gestire decine di siti di centri commerciali dismessi, rovinati dalla concorrenza delle piattaforme di vendita virtuale. Non si tratta di un’ipotesi peregrina o allarmista, ma di ciò che sta già avvenendo negli Stati Uniti, luogo di nascita e maggior sviluppo dell’e-commerce, quindi un ottimo osservatorio per capire ciò che può succedere anche da noi.

Per ovviare a queste problematiche, o almeno ridurne le conseguenze, qualcuno ha provato a indicare alcuni rimedi: aumentare la quantità media di prodotti di ogni ordine, riducendo in tal modo costi ed emissioni legate alla logistica; evitare di acquistare in questo modo i prodotti alimentari, perché in questo caso il dispendio energetico è superiore in modo sproporzionato rispetto al commercio tradizionale; implementare il numero di “caselle postali”, ovvero punti di consegna disseminati in punti strategici della città dove l’utente potrebbe recarsi per effettuare il ritiro, diminuendo la necessità logistica di coprire il cosiddetto “ultimo miglio” fino al domicilio.

Misure utili, ma non risolutive, se non si interviene a monte, con una decisa regolamentazione del settore del commercio on line. Un’esigenza non rinviabile, viste le dimensioni planetarie assunte da un comparto che oggi incide profondamente sugli aspetti economici, energetici e ambientali di molti Paesi, ma che purtroppo ha dimostrato di non avere sufficiente senso di responsabilità imprenditoriale, avendo come unica bussola di riferimento la massimizzazione dei profitti.

Tuttavia, è chiaro che, proprio a causa delle dimensioni globali del fenomeno, la questione non può essere affrontata dai singoli Stati, ma va gestita a livello sovranazionale, come minimo continentale (leggasi Unione Europea), o meglio ancora mondiale, direttamente dall’Onu e dal WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. Non necessariamente con divieti e chiusure, ma anche solo con un sistema di incentivi o disincentivi in grado di indirizzare le scelte dell’utenza e conseguentemente correggere le storture del sistema. Purtroppo, al momento, le istituzioni internazionali non sembrano particolarmente attive in questo senso.

Resta allora la speranza che a scendere in capo sia un’entità ancora più potente, in grado di mutare rapidamente ed efficacemente i comportamenti di acquisto: i consumatori stessi, i quali, in modo consapevole, potrebbero indirizzare le proprie scelte in base a criteri di interesse generale, rendendole economicamente e ambientalmente sostenibili. Ma purtroppo, anche qui, sembra di vedere che prevale la (piccola) convenienza personale e immediata , rispetto a una visione più ampia e di lungo respiro.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.