“Giulio Cesare” conquista la Scala

L’opera di Händel nel geniale allestimento di Robert Carsen e con un cast da capogiro.

Il Teatro alla Scala di Milano ha finalmente scoperto due cose: primo, che il barocco va di moda e piace al pubblico; secondo, ha imparato come proporlo ai massimi livelli. Giulio Cesare in Egitto di Händel, che va in scena con recite stracolme di pubblico, nonostante le polemiche e la delusione che avevano accompagnato il forfait della attesissima Cecilia Bartoli nei panni di Cleopatra, si segnala come lo spettacolo forse più riuscito della stagione sulla via di concludersi in novembre con Die ägyptische Helena di Richard Strauss.

A firmare il nuovo allestimento, con scene e costumi di Gideon Davey, è Robert Carsen, autore anche delle magnifiche luci insieme a Peter Van Praet, che con genialità ed ironia ci porta in un Egitto attuale immerso fra le dune del deserto controllate da militari in assetto di guerra e interni molti chic del palazzo di Cleopatra che, come scrive il regista stesso, non richiamano “un parallelo preciso con i conflitti moderni; ho preso solo dei riferimenti, ma senza analogie precise”. Così l’opera si ambienta nella contemporaneità, ma l’eterna lotta per la supremazia e il dominio sull’oro nero (sui rossi barili di petrolio che vengono introdotti sulla scena dinanzi ai tubi gialli di un gigantesco oleodotto appena inaugurato, si colgono, sul lieto fine dell’opera, riferimenti precisi al marchio di una nota azienda petrolifera) non è che un vezzo per costruire la vicenda condendo sapientemente la modernità con l’antichità. Ed ecco che le eleganti stanze in pietra color ocra del palazzo tolemaico (paiono gli ambienti di uno di quei tanti grand hotel pluristellati degli emirati arabi), con geroglifici infarciti di riferimenti militari attuali (mitra e carri armati), divengono luoghi dove si cerca un dialogo non facile fra il mondo occidentale colonizzatore e quello di un moderno Medio Oriente che detiene il potere del petrolio, ma senza che questo incontro/scontro evochi troppi riferimenti politici; essi non farebbero altro che ostacolare la narrazione, schiacciando quell’ironia che invece si respira nel meccanismo ad orologeria narrativa perfetta che questo spettacolo regala utilizzando i conflitti mediorientali solo come espediente per dar vita ad un sofisticato gioco di seduzione e ironia sugli effetti della bramosia di potere. Lo fa in molti modi, con riferimenti all’ostentazione un po’ volgare della ricchezza al momento in cui le delegazioni diplomatiche delle fazioni opposte di Cesare e Tolomeo si incontrano e si scambiano regali griffati e finte cortesie di convenienza, o con colti richiami al cinema, evocati quando Cleopatra seduce Cesare da un palcoscenico e il suo ingresso è preceduto da un sipario rosso che si apre mostrando un filmato con spezzoni di vecchi film delle dive del cinema che portarono sul grande schermo la leggendaria figura della regina tolemaica. Carsen lavora poi molto bene sulla drammatizzazione delle arie tripartite, senza che per un attimo si colga lo stacco fra l’azione dei recitativi e i momenti emozionali delle arie, che vengono integrati in un fluire teatrale avvincente, privo di soste statiche. Compito non facile vista la lunghezza dell’opera (eseguita invero con non pochi tagli), ma Carsen, che ben conosce i segreti del teatro musicale barocco, risolve ogni problema e tira fuori da partiture come questa quell’anima teatrale che diviene specchio della modernità e di un linguaggio che perde ogni rigida fissità per divenire vivo e palpitante.

Alla meravigliosa realizzazione dello spettacolo si affianca un’esecuzione musicale fra le migliori oggi possibili, con un complesso di strumenti originali dell’Orchestra scaligera guidato da Giovanni Antonini con rigore e stile, forse non sempre in linea con l’inesauribile fantasia ritmica impressa dalla regia ma certamente senza che gli si possa rimproverare un pieno controllo del palcoscenico, dove si apprezza una compagnia di canto di vere stelle del barocco.

Venuta meno ormai da tempo la presenza della Bartoli, come Cleopatra si ascolta e, soprattutto, si ammira la bellissima Danielle de Niese, che è una esperta della parte, affrontata in più occasioni e in diversi allestimenti. Seducente come sempre, anche nel dar vita a quei siparietti che lo spettacolo non le fa mancare – vedasi la presentazione al campo di Cesare nascosta, come leggenda vuole, in un tappeto srotolato dinanzi al dittatore romano, o come nel dar vita al ben noto episodio del bagno in una vasca di schiuma di latte all’interno della quale Cleopatra entra dopo aver nascosto le sue belle forme in un candido lenzuolo – la de Niese non sarà una vocalista assoluta, tanto da imporsi per qualità virtuosistiche degne di riguardo, eppure in virtù del temperamento e della capacità di rendere i da capo della arie non oasi di puro belcanto, bensì strumenti di espressività emozionale legati ad dettato teatrale, si conferma interprete di riferimento in questa parte, per il fascino, l’ironia e la spigliatezza scenica davvero irresistibili.

Ci sono poi ben quattro controtenori sulla scena, fra i migliori di oggi per qualità vocale ed interpretativa (ormai il perfezionamento tecnico raggiunto da queste voci ha toccato livelli fino a non molto tempo fa impensabili), così ben differenziati timbricamente da cogliere alla perfezione il carattere di ciascun personaggio. Ecco quindi il timbro dorato e brunito di Bejun Mehta per Giulio Cesare, capace di imporsi nel canto di agilità ma in particolare in quello patetico, dove regala oasi di poesia e morbidezza davvero toccanti (si pensi alle arie “Se in fiorito, ameno prato” e “Aure, deh, per pietà”, quest’ultima attaccata con un raffinata messa di voce), e quello argenteo di Christophe Dumaux per Tolomeo, interprete di riferimento obbligato per questo ruolo, da lui affrontato in scena innumerevoli volte, qui con un taglio nuovo, non più ambiguamente lascivo, ma virilmente connotato con un machismo che dona nuova luce al personaggio. C’è poi il timbro adolescenziale, giustissimo per la parte, che Philippe Jaroussky presta ad un Sesto che difende sempre con nervosa impulsività la madre Cornelia; talvolta gli scappa qualche suono acidulo, ma quando intona la sezione centrale dell’aria “Svegliatevi nel core”, ossia “L’ombra del genitore”, si conferma sopranista aggraziato in quel canto filigranato e puro che l’ha reso famoso. Infine Luigi Schifano, anche lui bravissimo, addirittura un lusso nei panni di Nireno.

Come sempre perfetta, nei panni di Cornelia, è ancora una volta Sara Mingardo, che col suo timbro contraltile elegante, ma in questa occasione un po’ privo di polpa sonora, delinea in maniera magnifica la figura dolente e sofferente della vedova inconsolabile oggetto delle mire libidinose di Tolomeo, che la tiene prigioniera e la costringe pure a lustrare panche e bilancieri della palestra di corte.

Completano lo splendido cast Christian Senn, Achilla al quale la parte viene un po’ ridotta, e Renato Dolcini, Curio.

Uno spettacolo memorabile, accolto con vivissimo successo. 

Foto Brescia & Amisano.

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