Una radicalità popolare

C’è ancora spazio per il popolarismo nella politica italiana? In che modo restituire vitalità ad un patrimonio ideale tanto importante nella nostra storia? Un convegno organizzato dall’associazione i Popolari del Piemonte, ha provato a fornire qualche risposta, ascoltando le riflessioni dell’ex presidente della provincia di Trento, Lorenzo Dellai, che a metà anni Novanta, diede vita in Trentino alla Margherita, per così dire, prima maniera; in netto anticipo sulla formazione che, a livello nazionale, vedrà la luce qualche anno dopo e che, a differenza di quella, ebbe una chiara e forte matrice cattolico-popolare.

Molteplici sono, almeno sulla carta le opzioni che si offrono ad una presenza cattolica nell’arena pubblica: dall’impegno soltanto prepolitico ad un autonomo partito identitario ad un’identià culturale inserita, come è accaduto in questi ultimi due decenni, in qualche formazione già esistente, come il Partito democratico, In ogni caso, l’orientamente di fondo resta sempre quello di un centro che guarda a sinistra, in una prospettiva di promozione delle classi subalterne per meglio integrarle nella vita politica ed economica del Paese.

Dellai ritiene che la difficile e preoccupante situazione odierna sia il frutto della transizione incompiuta del nostro Paese, a partire da quel momento cruciale che fu la tragedia di Moro. Da allora si è aperto un vuoto progettuale che poi si è intrecciato con la crisi generale, tra mercato e democrazia, che ha messo a soqquadro la convivenza tra istituzioni democratiche ed economia capitalista che aveva prodotto, almeno in Europa, un modello sociale avanzato.

Oggi quel modello si è guastato, o nella migliore delle ipotesi si è inceppato, a causa degli enormi mutamenti provocati dalla globalizzazione che ha cambiato i connotati della nostra società. La precarietà economica e sociale che ne è seguita ha fatto da brodo di coltura per la spinta sovranista che sta avendo grande presa su ampi strati popolari e su larghi segmenti del ceto medio impoverito.

Torniamo, quindi, all’interrogativo iniziale, può il popolarismo rivelarsi una credibile via di uscita da questa situazione che sta stravolgendo la nostra vita democratica e, per certi versi, anche la nostra stessa convivenza civile? Una cosa è assodata: non si può continuare a guardare nello specchietto retrovisoreietro, immaginando di rifare la Dc, frutto di un’epoca storica irripetibile. E neppure, si tratta necessariamente di scegliere una delle differenti opzioni cui si è accennato ma, semmai, di provare a ricomprenderle tutte, lavorando sia nell’ambito prepolitico che sul piano politico.

Il vero compito è ricostruire una soggettività politica popolare, avendo in mente, per intanto, che non è in alcun modo accettabile un’equidistanza tra la destra e la sinistra, perché il popolarismo – lo insegnarono sia Luigi Sturzo che Alcide De Gasperi – mai può andare a destra, con le forze conservatrici verso le quali sussiste una barriera invalicabile. Bisogna invece lavorare per una coalizione democratica dove il popolarismo sia ben riconoscibile e pienamente visibile, con una piattaforma politica compatibile con la sua cultura di riferimento. Non certo una formazione satellite, che nasca da spezzoni fuoriusciti dal Pd per farne, magari, la cosiddetta gamba moderata del centro-sinistra.

Non deve muoverci la nostalgia di un piatto moderatismo ma la ricerca di un’audace spinta riformatrice, dando vigore ad una vera e propria radicalità popolare. Di questo deve farsi portatore il popolarismo, non di altro. Il che significa intercettare non tanto il voto dei globalisti o delle classi emergenti, quanto quello degli esclusi, di quei segmenti sociali che sono stati penalizzati dalla globalizzazione. Ed è con questi ceti subalterni che si deve costruire una nuova proposta politica che riscriva il patto tra democrazia e capitalismo. Lì si ritrova il senso stesso del popolarismo, in consonanza con la sua natura più profonda.

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