Questa Costituzione è uno spettacolo. Settanta anni portati bene.

Raccontare da un palco di teatro la Costituzione per farla meglio conoscere. Questo il senso dell’iniziativa che ha visto protagonisti due notai torinesi, Giulio Biino, presidente del Circolo dei Lettori, e Fabrizio Olivero, in uno spettacolo che ha avvicinato centinaia di ragazzi delle scuole alla nostra Carta costituzionale. I due autori hanno messo in scena, in maniera brillante ed appassionata, una sorta di viaggio nella storia del nostro Paese che attraverso i drammi che l’hanno segnato: dittatura fascista, leggi razziali, guerra mondiale, giunge a riconquistare la propria dignità nazionale. Arriva infatti la Liberazione e quindi la Repubblica e con la scelta repubblicana, anche l’Assemblea costituente chiamata a scrivere le regole della nuova Italia libera e democratica.

Siamo alla luce che finalmente squarcia il buio; il nuovo giorno che chiude la lunga notte: questo il senso della nostra Carta, simbolo della speranza e del riscatto di un intero popolo. E nasce un’Italia diversa da quella illiberale, razzista e guerrafondaia di qualche anno prima. La Costituzione fu scritta da liberali, comunisti e cattolici, sulla base di ciò che univa, trovando un altissimo punto di mediazione, sul piano morale ancora prima che su quello politico, per realizzare la nostra casa comune.

E la nostra Carta costituzionale, al di là del suo significato etico e politico, è anche bella dal lato linguistico, scritta bene, con termini egregiamente scanditi ed esattamente calibrati. Ognuno degli articoli è composto da non più di tre commi. Quale differenza rispetto a molte delle odierne leggi odierne in cui decine di commi sono affastellati uno dopo l’altro, e addirittura, come se non bastasse, si aggiungono ulteriori suffissi: bis, ter, quater. La Costituzione risulta facile e comprensibile, anche per chi non è avvezzo al diritto. Ecco perchè è preferibile non metterci le mani con riforme disorganiche o improvvisate.

La Carta inizia riconoscendo i diritti inviolabili dell’uomo. Diritti che, per l’appunto, sono riconosciuti in quanto già preesistono in natura: sono parte integrante della persone e non concessi dallo Stato. Così come il principio di uguaglianza, stella polare del nostro vivere, viene inteso in senso sostanziale e non meramente formale come accadeva nella vecchia tradizione liberale. Si vuole calare nella realtà della vita sociale il grande valore dell’uguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che si frappongono ad un suo pieno dispiegarsi. E infine la pace, come valore universale nel rapporto con il mondo che ci circonda, dell’umanità cui tutti apparteniamo. Da qui parte il ripudio – e formula più forte non poteva esser trovata – della guerra, totalmente bandita dall’orizzonte del nostro esistere. Libertà, uguaglianza, pace: i valori che fanno da trama alla nostrra Costituzione e al nostro vivere tutti insieme.

Filo conduttore della Carta è il dialogo; qualcosa diverso dalla semplice, e pur importante, tolleranza, dove tutto sommato può ancora leggersi qualche traccia di supponenza. Dialogare significa invece mettersi alla pari, lasciarsi interrogare sinceramente dalle idee degli altri, accettare il nostro interlocutore, presupporre l’esistenza del dubbio. Cercare un confronto con l’altro è, a ben vedere, l’autentico senso dello stare insieme, segno di vitalità e non certo di debolezza. Col dialogo si cresce e non si resta prigionieri di realtà anguste e limitate. Tutto questo, che ha valore nella vita di ogni singola persona, tradotto nella sfera pubblica diviene, in buona sostanza, la democrazia, dove l’avversario non è un nemico da abbattere ma un interlocutore che ci parla, semplicemente, da un’altra prospettiva, avendo in mente quel bene comune che unisce tutti.

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