Estinzione di massa

Estinzione di massa

Una specie su otto si estinguerà entro pochi anni. Un milione di specie, fra piante e animali, è destinato a scomparire in un tempo relativamente breve, con grave danno per la biodiversità globale e la tenuta degli ecosistemi. A dirlo non è qualche isolato allarmista o i “soliti” ambientalisti che paventano catastrofi. La notizia arriva da uno studio condotto nel corso di tre anni dalle Nazioni Unite, più precisamente dall’Ipbes, la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e gli ecosistemi.

In questo modo arriva il sigillo ufficiale dell’Onu su ciò che larga parte della comunità scientifica e delle organizzazioni ambientaliste cercavano di mettere in rilievo da tempo, peraltro nel disinteresse generale: il pianeta sta vivendo la sesta estinzione di massa. Una catastrofe di cui l’Uomo è il principale, se non l’unico, responsabile, in quanto dominatore assoluto dell’attuale era geologica, denominata non a caso Antropocene.

Le estinzioni di massa sono caratterizzate dalla perdita di un numero elevato di specie in un lasso di tempo relativamente breve, su scala geologica. Il primo evento si verificò circa 450 milioni di anni  fa, quando estese glaciazioni provocarono un notevole calo del livello dei mari, facendo strage di specie adattate ai bassi fondali o all’ambiente intercotidale, ovvero quello compreso fra il livello di alta e bassa marea. La seconda estinzione, datata 375 milioni di anni fa, si portò via oltre l’80% delle specie viventi; la terza fu ancora più catastrofica e cancellò il 96% delle specie marine, dimezzando la vita sul pianeta; la quarta – 200 milioni di anni fa – sterminò il 76% delle specie, in particolare anfibi e bivalvi. Infine la quinta, 65 milioni di anni fa, la più nota perché portò all’estinzione dei dinosauri. Le cause di queste catastrofi non sono ben chiare: si parla di impatti di asteroidi, forti attività vulcaniche, conseguenze della deriva dei continenti,  glaciazioni o un mix di questi fenomeni naturali.

Tornando ai giorni nostri, si assiste a qualcosa di sinistramente simile. Qualcuno ha iniziato a parlarne fin dagli anni ’60 del secolo scorso, ma è con una ricerca pubblicata nel 2017 che evapora ogni dubbio: mettendo sotto osservazione oltre 27.000 specie viventi, i ricercatori hanno potuto osservare il drammatico declino che sta interessando le forme di vita del pianeta. A colpire è il calo repentino delle popolazioni delle singole specie, che diminuiscono sia in numeri assoluti, sia come distribuzione geografica. Una tendenza che è il preludio alla scomparsa delle specie stesse, in tempi drammaticamente brevi, addirittura più rapidamente di quanto dicessero previsioni già poco ottimistiche.

Stavolta però, la maggioranza degli scienziati non ha dubbi: la colpa è della specie umana, responsabile dei cambiamenti strutturali, territoriali e climatici che interessano il pianeta e, conseguentemente, le specie viventi. Per questo l’era geologica attuale viene indicata come Antropocene. Se invece preferite la scala storica, potremmo dire che dopo le classiche Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro, oggi viviamo nell’Età della plastica, materiale artificiale non biodegradabile che si sta diffondendo ovunque, anche nella catena alimentare.

E l’aspetto alimentare è proprio uno di quelli cruciali, se vogliamo tentare di contrastare l’avanzata di questa ondata di estinzioni che, fatalmente, colpirà anche la nostra specie, insieme alle altre. Basti dire che, come ha  dichiarato Carlo Petrini, presidente di Slow Food.  “Negli ultimi 70 anni abbiamo distrutto i tre quarti dell’agrobiodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti”. Una perdita di biodiversità e varietà alimentare senza precedenti, in ossequio a un sistema produttivo che punta sulle monocolture ad alta resa per inondare i mercati di cibo che poi, spesso, viene sprecato e buttato via, con relativi problemi di smaltimento. Un sistema evidentemente insostenibile, che va gradualmente sostituito con un’agricoltura più rispettosa di ambiente e territorio, puntando sulla qualità del prodotto più che sulla quantità, nel rispetto dei produttori e dei consumatori.

Un’azione importante in tal senso la sta mettendo in atto la stessa struttura di Slow Food, con la catalogazione di oltre 5.000 prodotti da salvare e la creazione di centinaia di “Presìdi” per la tutela di produzioni tradizionali, tipiche e di qualità. Ma ciò che può risultare veramente decisivo è l’agire di ciascuno di noi, perché sono le nostre scelte alimentari e di consumo a determinare le sorti del pianeta, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, immersi come siamo nei nostri affanni quotidiani, che spesso limitano il nostro orizzonte.

Eppure basta poco. Per esempio, nella settimana fra il 3 e il 9 giugno, l’organizzazione Zero Waste ha lanciato un’iniziativa di boicottaggio della plastica, per spingere l’industria agroalimentare a prendere in considerazione alternative meno inquinanti. L’idea è semplice: per una settimana, dovremmo evitare di acquistare alimenti confezionati con la plastica. Un’impresa che sul lungo periodo sarebbe pressoché impossibile, vista l’onnipresenza di questo materiale negli involucri alimentari. Ma per una settimana si può provare, per mandare un segnale ai produttori e dare così il nostro contributo verso una seria ristrutturazione del sistema produttivo agroalimentare, fra i maggiori responsabili della perdita di biodiversità riscontrata negli ultimi decenni.

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