Ashar Gan, canto di speranza in Bangladesh


A molti di noi sarà capitato di vedere qualche venditore di rose, alla sera, in qualche locale. La maggior parte di queste persone provengono dal Bangladesh, un Paese del quale mediamente conosciamo pochissimo. Per aprire uno spiraglio su questa realtà, abbiamo incontrato Elisa Gioè, giovane laureata in cooperazione internazionale che lavora con la Onlus pinerolese Ashar Gan (“Canto di speranza”, in lingua bengalese) e Luca Schillirò, autore di un documentario che mette in luce il rapporto fra Bangladesh e Piemonte.

La realizzazione della pellicola è avvenuta nell’ambito del progetto”Bangladesh and Piedmont: together toward SDGs”, grazie a fondi europei erogati attraverso il COP – Consorzio delle Ong Piemontesi. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di aumentare la consapevolezza dei cittadini verso i 17 SDGs, Sustainable Development Goals – Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, indicati dall’Agenda 2030 dell’Onu, con un focus particolare sui punti 3, 5 e 6, rispettivamente Salute, Parità di genere e Acqua – sistemi idrosanitari, tematiche che presentano molte criticità nel Paese asiatico.

Il documentario unisce un reportage dal Bangladesh – girato in stretta collaborazione con Ashar Gan Onlus e i suoi corrispondenti in loco, le organizzazioni Dalit e Space – ad alcune interviste a bengalesi emigrati a Torino, realizzate grazie alla collaborazione della Diaconia Valdese. Il tutto intervallato da qualche domanda ai cittadini del capoluogo sabaudo, da cui emerge la nostra scarsa conoscenza riguardo al Bangladesh, Paese poverissimo situato a est dell’India che, in un territorio grande quanto metà dell’Italia, conta una popolazione di 170 milioni di persone, dei quali almeno 15 milioni ammassati nella capitale Dacca, dove si rifugia la maggioranza dei profughi costretti a lasciare le proprie terre a causa delle inondazioni, frequenti e devastanti.

In effetti, il territorio nazionale è costituito in gran parte dal delta del sistema fluviale composto da Gange e Brahmaputra, con un’altitudine media di 12 metri sul livello del mare. È dunque sufficiente che i monsoni riversino una quantità d’acqua più elevata del solito e che i venti contrari rallentino il normale deflusso dei fiumi verso il Golfo del Bengala per provocare straripamenti rovinosi, con la distruzione dei fertili campi coltivati e innumerevoli vittime. Una condizione di base già critica, che ha subìto un ulteriore peggioramento a causa del taglio delle foreste costiere di mangrovie, sradicate per far posto ad allevamenti di gamberetti destinati esclusivamente all’esportazione. Le conseguenze del riscaldamento globale su un territorio già oggi così fragile e a rischio sono intuibili: si calcola che un innalzamento del livello del mare di un metro  – inevitabile nei prossimi decenni se non verrà drasticamente abbattuto l’effetto serra – provocherà la sommersione di metà del Paese. Un destino condiviso con la gran parte delle aree costiere mondiali, ma che qui sarebbe particolarmente catastrofico e causerebbe movimenti migratori decine di volte superiori a quelli che oggi preoccupano già così tanto la “fortezza” Europa.

Oggi i numeri della migrazione sono relativamente bassi rispetto alla massa della popolazione e riguardano soprattutto giovani uomini appartenenti alle caste medio basse, sufficientemente poveri da essere motivati a partire, ma tuttavia in grado di raggranellare, anche se a fatica, i soldi per il costosissimo viaggio, spesso indebitando sé stessi e le proprie famiglie. Soprattutto, fisicamente in grado di reggere a un’odissea devastante, con transito obbligato nell’inferno libico, della quale nessuno vuole parlare e che nessuno rifarebbe. Ragazzi di indole mite e laboriosa, che nella maggior parte dei casi trovano impieghi poco pagati, ma che nonostante ciò riescono a inviare soldi a casa per ripagare il costo del viaggio, vivendo con una quota minima dei loro guadagni.

Abbiamo accennato alle caste, rigida divisione sociale abrogata per legge, ma di fatto presente, che azzera le possibilità di migliorare più di tanto le proprie condizioni di vita, inducendo alcuni fra i meno fortunati a tentare l’insidiosa strada dell’emigrazione. Un’opportunità – se così può essere definita – comunque preclusa ai poverissimi, i Dalit, i fuori-casta, gli esclusi, che non potrebbero nemmeno pagarselo, il viaggio, se mai venisse loro l’idea di tentare la sorte emigrando. È proprio a questa fascia di popolazione, la più emarginata, che si rivolgono i progetti di Cooperazione internazionale di Ashar Gan, messi in campo grazie alla collaborazione con le realtà attive sul territorio, le già citate Space e Dalit.

Progetti semplici e dai costi contenuti, ma con ricadute immediate per qualche migliaio di persone sparse in una dozzina di villaggi. Lo testimoniano, attraverso il reportage, gli operatori delle organizzazioni locali. E ce lo ribadiscono a voce Elisa e Luca, con la passione di chi è rimasto folgorato da un’esperienza umana toccante e ritorna arricchito dal contatto con un’umanità che, anche se vive in condizioni spesso miserevoli, non recrimina, non si dispera e, soprattutto, non perde il sorriso. Una popolazione che, pur disponendo di pochissimo, non si è opposta all’ondata migratoria dei Rohingya, minoranza etnica e religiosa costretta alla fuga dal vicino Myanmar a causa di una brutale persecuzione.

Fra gli interventi messi in atto da Ashar Gan e dai suoi partner in Bangladesh citiamo il sostegno allo studio per i piccoli Dalit, discriminati dal sistema scolastico statale, l’installazione di Eco-toilet in grado di garantire migliori condizioni igienico-sanitarie alla popolazione dei villaggi e un’azione di sensibilizzazione verso il problema delle spose-bambine, piaga sociale estremamente diffusa. Infatti, nonostante la legge fissi in teoria un’età minima per i ragazzi che vogliano sposarsi, rispettivamente 18 anni per le ragazze e 21 per i ragazzi, nella realtà le cose vanno molto diversamente. Complici la povertà, una tradizione dura da sradicare e una diffusa corruzione fra forze dell’ordine e autorità, le ragazze – o meglio, le bambine – vengono date in spose appena compare il ciclo mestruale. E spesso restano incinte nel giro di pochi messi, con tutti i rischi connessi a una gravidanza portata avanti da una gestante ancora troppo acerba nel fisico per un tale impegno. Non di rado quindi si manifestano problemi e rischi sia per la giovane mamma che per il nascituro.

A fronte della vastità di questi problemi, in Bangladesh come altrove, l’intervento umanitario può sembrare poca cosa. Ma chi si occupa di aiuti internazionali sa perfettamente quanto sia decisivo quel poco per chi lo riceve e quanto possa essere ampio l’effetto moltiplicatore innescato anche da un progetto in apparenza minimale, come la messa in funzione di un paio di WC. Per questo, nonostante mille difficoltà, continuano a cooperare con i meno fortunati, dando molto e ricevendo moltissimo, come testimoniano i sorrisi che accompagnano le loro parole.

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