Un nuovo volto per l’opera seria

Idomeneo di Mozart torna alla Scala con un nuovo allestimento e la direzione di Diego Fasolis. Intanto trionfo del soprano Jessica Pratt in un recital.

Ogni volta che si ascolta Idomeneo – per fortuna non è così raro che capiti come avveniva un tempo – si ha conferma dell’importante contributo che nel 1780 il giovane Mozart diede alla ormai languente opera seria, donandole un nuovo volto, consapevole di tutto quanto era stato il passato di questo genere, ma anche ponendo le basi per gli sviluppi futuri. Mozart conosceva assai bene l’opera seria di stile italiano (ne aveva già dato saggio componendo Mitridate, re di Ponto e Lucio Silla), ma anche quella francese e i capolavori della riforma gluckiana, che tanta influenza avevano avuto su di lui. Partì da un libretto francese di Danchet già musicato da Campra in veste di tragedie-lyrique e si affidò all’abate Varesco che “metastasizzò” i versi apportando diverse modifiche anche alla trama, ma fu il genio di Mozart a fare la parte del leone; nacque così un’opera seria che coniugava armoniosa compostezza classica e belcanto all’italiana con influenze gluckiane spinte ad estremi formali e musicali così potenti, per forza drammatica e fremiti preromantici, da sconvolgere il comune modo di intendere l’opera seria come la si era fino a quel momento intesa. La percezione della forza tragica e misteriosa di un mare che determina i destini dell’uomo per la maledizione che pesa sul protagonista, dopo la promessa fatta al dio Nettuno di sacrificare la prima creatura incontrata sulla terra ferma – che malauguratamente si rivelerà essere il suo figlio Idamante – se gli fosse stato concesso di scampare alla tempesta marina approdando sano e salvo in patria, sono materia che Mozart sviscera in musica con la sua incredibile capacità di condensare stili e forme più diverse con eclettica sintesi. Partitura di sublime bellezza, ma anche di grande difficoltà, che richiede una bacchetta sensibile nel cogliere la polivalenza che la contraddistingue e, insieme all’incanto sublime e all’eleganza apollinea di alcune melodie tipicamente mozartiane, accosta la trascinante tragicità delle scene corali, quando la natura si scatena e diviene quasi un personaggio animato, o quando il mare, ribollente di forze ostili, diviene voce oscura che separa e uccide, o all’opposto, nelle distensione delle sue acque, ricongiunge i divisi.

La prassi esecutiva di quest’opera – che anche alla Scala conta dal 1968 fino ad oggi un percorso assai significativo – ha visto, dopo la lettura travolgente offerta da Riccardo Muti nel 1990, direttori più orientati ad una “barocchizzazione” del discorso strumentale, come è in uso fare oggi dopo i molti esempi lasciati da direttori di tale vocazione, a partire dal pionierismo di Nikolaus Harnoncourt fino a René Jacobs, quest’ultimo protagonista di una memorabile incisione discografica che si segnala come l’approdo più significativo di tale prassi.

Oggi, per il ritorno alla Scala di Idomeneo, Diego Fasolis, che è pure lui un barocchista ma anche un raffinato interprete mozartiano, trova una via intermedia: asciuga il suono, lo rende scorrevole e attento alle sfumature orchestrali più ricercate, all’occorrenza anche eleganti, ma soprattutto le rende incisive e teatralmente lucide. Certo gli manca il pertinente involo tragico e solenne che si aspetterebbe dalle scene corali, quelle in cui la voce astratta della collettività diviene la psicologia della folla, ma il tutto appare musicalmente concreto e teatralmente meditato quand’anche troppo nervoso per risultare drammaticamente plausibile.

Lo sarebbe stato di più qualora sulla scena ci fosse stata una compagnia di canto migliore, che ha un solo elemento di reale interesse in Federica Lombardi, fresca di un Premio Abbiati della Associazione Nazionale Critici Musicali proprio per le sue interpretazioni della trilogia Mozart-Da Ponte. Qui è alle prese con una parte, quella di Elettra, che fa tramar vene e polsi, che richiede accenti e concitazione drammatica nelle due arie “Tutte nel cor mi sento” e “D’Oreste, d’Aiace”, come anche tenerezza lirica in “Idol mio, se ritroso”. La Lombardi, con la sua voce bella e morbida, intensa e ricca di volume, risolse più che bene ogni difficoltà e si conferma cantante promettentissima.

Il resto del cast le è decisamente inferiore. Michèle Losier, stinto Idamante, e Julia Kleiter, Ilia dall’emissione un po’ fissa, sono vocalmente piuttosto insipide e spesso non sempre a loro agio nei recitativi, anche per la pronuncia talvolta poco chiara. Il tenore Bernard Richter, Idomeneo, si disimpegna con onore nei recitativi, ma non è certo un cantante capace di uscire indenne dalle agilità di “Fuor del mare”, che gli creano non poco impaccio. Discreti, anche se con evidenti disomogeneità di emissione, Giorgio Misseri, Arbace e Krešimir Spicer, Gran Sacerdote di Nettuno.

Dello nuovo allestimento, firmato dalla regia di Matthias Hartmann, si ammira un impianto scenico con scene di Volker Hintermeier e costumi di Malte Lünnen che, ad apertura di sipario, sembra prometter bene: una scena unica, girevole, formata da una gigantesca testa di toro in metallo, con dietro la carena scheletrita e arrugginita di una nave; al proscenio una grande ancora conficcata nel terreno e qualche conchiglia sparsa qua e là. Le luci di Matthias Märker sono molto ricercate e la scena sembra davvero rendere il clima tragico imbrigliato in quel labirinto psicologico che nelle note di sala è descritto come “circolo vizioso senza via di uscita”, determinato dal destino del protagonista e del suo popolo per la maledizione che ricade su tutti dopo il mancato impegno assunto nei confronti di Nettuno da parte di Idomeneo. La regia, però, è assai meno felice, poco attenta a delineare le evoluzioni emotive dei personaggi con quella forza suggerita da Mozart, che qui sembra limitarsi alle atmosfere di ambiente più che alla forza dei sentimenti.

Mentre si registra il successo riscosso da questo spettacolo, qualche parola merita il trionfale recital tenuto dal soprano Jessica Pratt in una Scala gremitissima di pubblico, superbamente accompagnata al piano da Vincenzo Scalera, che sembra respirare e vivere ogni nota con lei. La Pratt inizia la serata all’insegna di Donizetti e Bellini, suoi autori d’elezione, con una scelta di pagine da camera, poi esegue la scena finale dalla Sonnambula di Bellini, con tanto di cabaletta, risolta con slancio, bei trilli e acrobatica sicurezza. È brava, anzi bravissima, ma inizialmente non emoziona, forse neanche più di tanto il pubblico. Poi, nella seconda parte della serata, stupisce in quattro lieder di Richard Strauss, che esegue con convinzione superiore ad ogni aspettativa. Ed ecco il miracolo, che avviene nei brani francesi, con “Chère nuit” di Alfred Bachelet e “Villanelle” di Eva Dell’Acqua che scaldano gli animi, ma soprattutto nella pazzia di Ophélie dall’Hamlet di Thomas, davvero trascinante, perfetta nell’involo virtuosistico, ma anche emozionalmente sentita, attenta al gioco di sfumature nell’utilizzo della coloratura a fini espressivi, con uno stile squisitamente francese. L’entusiasmo del pubblico sale alle stelle e ben quattro sono i bis offerti dal grande soprano inglese, uno più riuscito dell’altro: l’aria della Linda di Chamounix di Donizetti, “Il bacio” di Arditi, una travolgente e spiritosissima esecuzione dell’aria di Cunegonda da Candide di Bernstein e, infine, “Summertime” da Porgy and Bess.

Dopo le incessanti acclamazioni di un pubblico che per lei rasenta il delirio, con tanto di standing ovation, si esce dalla sala con la conferma che la Pratt sia una grande virtuosa, fra le migliori della scena lirica internazionale. Non si comprende come la Scala tardi ad affidarle sulla scena un grande ruolo operistico, magari fra quelli del repertorio italiano del primo ottocento, di Bellini o Donizetti, nei quali è maestra. E dire che proprio alla Scala la Pratt mosse i primi passi di una carriera che oggi la vede primeggiare su tutti i palcoscenici del mondo. Questa serata ci si augura possa essere di buon auspicio per un suo futuro e atteso ritorno a Milano.

Foto di Idomeneo di Brescia & Amisano.

Foto di Jessica Pratt di Alessandro Moggi.

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