Europee, un voto senza effetti sulla monetizzazione del debito

Essendo l’architettura dei trattati dell’Unione Europea impermeabile alla democrazia, con la politica economica e monetaria in ultima analisi consegnata nelle mani di grandi interessi privati, si può ritenere che le politiche deflattive e austeritarie di Bruxelles abbiano passato indenni la prova delle ultime elezioni europee, con conseguenze ulteriormente destabilizzanti sull’economia, sulla società e sul sistema politico-istituzionale italiani.

Vi è una sostanziale convergenza di analisi, anche da punti di vista molto divergenti, sul fatto che ciò che maggiormente ostacola la prosecuzione dell’integrazione europea sia la mancanza di solidarietà e di condivisione dei rischi. In Italia a dare voce a questa preoccupazione nel dibattito pubblico è stato soprattutto il ministro dell’economia Giovanni Tria.

Il lunedì prima del voto europeo Tria parlando alla Luiss aveva ricordato che esiste la possibilità, ancorché preclusa dai trattati europei, del “finanziamento in moneta del deficit” nell’eurozona, come alternativa alle politiche economiche procicliche e deflattive le quali sono state imposte all’Ue da quello che il titolare di via XX Settembre ha definito il “sovranismo nordico” con chiaro riferimento alla Germania e ai suoi satelliti nordeuropei, e che sono risultate fallimentari e insostenibili per i Paesi periferici con un rapporto debito/pil ben superiore al “sacro” 60%.

Tria ha toccato il cuore della questione europea, ha affrontato di petto il problema che impedisce una ulteriore integrazione europea e dalla cui mancata soluzione deriva la concreta possibilità di una tumultuosa implosione dell’Unione Europea nel giro di qualche anno. Prima che le parole del ministro potessero turbare la serenità, sconnessa dalla realtà ormai, dei santuari del potere eurotedesco è arrivata dallo stesso ministro una correzione di tiro, derubricando le sue precedenti affermazioni a un’ipotesi accademica.

Rimane il fatto che quello indicato da Tria sia il problema dell’Europa dopo il voto. Perché è centrale per il futuro dell’Ue, e del nostro Paese, l’affermazione di Tria che “è venuto il momento di affrontare il tabù della monetizzazione”del debito? Perché dietro a quella che pure è una questione tecnica, si celano decisivi risvolti politici. Affinché l’unione monetaria conduca ad una vera unione politica, il Paese egemone esige in modo tassativo che prima tutti i Paesi convergano nel rispetto dei parametri europei. Per divenire come la Germania, ai Paesi non virtuosi è consentita solo la via dell’austerità, del perseguimento della riduzione del debito attraverso il contemporaneo aumento delle tasse e i tagli della spesa pubblica. Il risultato è stato in tutti questi Paesi un ulteriore peggioramento delle loro economie. La proposta di Tria è invece quella di realizzare uno stimolo monetario, che non grava sui contribuenti, per rimettere in moto l’economia reale e così, successivamente poter rientrare nei parametri europei. Come? Attraverso il ripristino, a livello europeo, della possibilità dell’acquisto da parte della Bce di titoli pubblici all’emissione, sul mercato primario per finanziare così i bilanci degli Stati. Un sistema che l’Italia ha proficuamente adottato fino al 1981, anno in cui vi fu il famigerato divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia per opera del ministro Beniamino Andreatta.

La materia può sembrare astrusa e la sua valenza politica può anche non apparire immediatamente evidente, ma il divieto della monetizzazione del debito rappresenta il vero e concreto ostacolo al proseguimento dell’integrazione europea. Con disincantato realismo occorre rilevare che al di là delle opposte narrazioni, europeista o sovranista, nel futuro dell’Ue e dell’Italia esistono soltanto due vie, entrambe molto problematiche, essendo la via maestra, quella di un accordo politico fra il “sovranismo nordico” e l’europeismo mediterraneo, inattuabile per il netto, deciso, viscerale, insormontabile rifiuto della Germania, rafforzato dall’esito del voto in tutti i Paesi del Nord Europa. Chi sostiene il contrario, come la Lega, illude gli elettori e si illude, e fa pura demagogia. La prima via, sulla quale siamo peraltro speditamente avviati, è quella della prosecuzione dell’austerità, tagli e tasse fino allo sfinimento, fino a che tutti i Paesi dell’eurozona non rispettino i vincoli di bilancio europei. É la via che ci porterà fra qualche mese ad una manovra finanziaria, (che la Germania vuole punitiva in modo esemplare per l’Italia recidiva, che per due volte di seguito ha votato nel modo sbagliato) che spezzerà le reni al ceto medio, e che nel giro di qualche anno con ogni probabilità, non potrà che portare a turbolenze sociali e politiche di enorme intensità in Italia, Francia, Grecia e altri Paesi e che getterà nuovamente un’Europa a ritrovata guida tedesca nel caos e nella guerra.

L’altra via è prendere atto con realismo dell’insostenibilità dell’ordoliberismo per l’economia italiana e per lo stesso mantenimento dell’unità nazionale e della democrazia, e non rinviare più i costi, i disagi e i rischi dell’uscita dall’euro, per poter al più presto ritrovare la via della crescita e di un europeismo possibile in questa fase storica capace di far crescere in pace e prosperità i popoli europei e non di condurli verso una nuova grande tragedia.

Qualunque ipotesi di impegno politico di cattolici democratici e popolari che non prenda in considerazione la questione europea nei termini in cui essa in concreto si presenta, e che non sono quelli che tutti vorremmo, finisce per essere qualcosa che anziché aver a che fare con il popolo e con una strategia per il Paese, si riduce a una conta identitaria, a riesumare alleanze di un passato che non può più tornare, con gli eredi del Pci divenuti ordoliberisti, e a una implicita adesione ad una via, quella dell’austerità, che nel giro di pochi anni rivelerà le sue reali conseguenze per il Paese.

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