Ciclone in Mozambico

  

In Italia è sempre elevato il livello di polemica sul tema delle migrazioni e continua la campagna denigratoria nei confronti delle ONG (Organizzazioni Non Governative) accusate di incentivare il traffico di esseri umani. Poco invece si parla dei cambiamenti climatici, emergenza mondiale ormai palese, ma che non induce opinione pubblica e decisori politici a occuparsene seriamente. Al tempo stesso, trovano poco spazio sui mezzi di comunicazione le tragedie che colpiscono molti Paesi al di fuori dell’Occidente. Diamo quindi risalto a una vicenda che, anche se datata di qualche settimana, riassume queste tematiche e fa vedere le cose da un punto di vista diverso rispetto a quello a cui siamo abituati.

A metà marzo il ciclone “Idai” ha colpito diversi Paesi dell’Africa australe con notevole violenza. La forza dell’evento naturale, sommata alla fragilità endemica delle strutture sanitarie e logistiche di quelle nazioni, ha provocato un’emergenza tuttora in corso, aggravata dal passaggio di un secondo ciclone, “Kenneth”, che a fine aprile ha squassato le stesse zone.

Le abbondanti precipitazioni hanno provocato l’esondazione di vari fiumi, che hanno travolto gli argini e allagato vaste zone costringendo le persone a trovare rifugio sui tetti delle case o in punti sopraelevati, spesso arrampicandosi sugli alberi. Il disastro ha causato la caduta delle linee elettriche con conseguenti black-out e l’interruzione di molti collegamenti stradali, fra ponti distrutti e carreggiate spazzate via. Una situazione che ha contribuito a complicare non poco i soccorsi.

Il bilancio delle vittime è stato elevato. In Zimbabwe si contano oltre cento morti, ma è soprattutto il Mozambico a lamentare le perdite più elevate. Secondo i dati ufficiali del governo, i morti sarebbero quasi seicento, oltre 1.500 i feriti, più di centomila le abitazioni distrutte o danneggiate dall’alluvione. Le Nazioni Unite stimano che 1,85 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza immediata, mentre gli sfollati sarebbero circa 130.000. Oltre 700.000 ettari di coltivazioni sono stati devastati, con conseguenze disastrose sui raccolti e l’approvvigionamento di cibo, ma una preoccupazione ancora maggiore viene dalla scarsità di acqua potabile. Le forniture di acqua pubblica sono state ripristinate in misura limitata e una considerevole parte della popolazione non ha accesso ad acqua pulita.

La conseguenza diretta è l’esplosione di un’emergenza sanitaria diffusa, con il sorgere di varie epidemie, tra le quali il colera, con già 1.400 casi confermati e quasi altrettanti sospetti. Le autorità sanitarie locali non sono in grado di affrontare da sole l’emergenza che si è venuta a creare, ma fortunatamente si sono già messi in moto gli attori della cooperazione internazionale.

Tra questi Medici Senza Frontiere (MSF), intervenuta prontamente con varie equipe dislocate strategicamente  per fronteggiare i vari focolai di colera e pianificare, in stretto coordinamento con il Ministero della Salute, una campagna di vaccinazione di massa che ha coinvolto circa un milione di persone. Nel frattempo si cerca di monitorare l’insorgere di altre patologie, come infezioni della pelle o dell’apparato respiratorio, senza dimenticare la possibilità di una recrudescenza della malaria, sempre presente in quelle zone.

Oltre a questo, le unità logistiche di MSF si stanno occupando di potabilizzare l’acqua e distribuirla alla popolazione, mentre team specializzati in promozione della salute prendono contatto con le varie comunità per spiegare le buone pratiche da adottare per purificare l’acqua a disposizione, per evitare il diffondersi del contagio e, eventualmente, cosa fare se dovessero emergere sintomi di qualche malattia. Inoltre, si occupano della gestione medica ordinaria, fornendo cure di base, assistendo i malati cronici e occupandosi delle problematiche materno infantili.

Il tutto grazie all’impegno di quasi 800 operatori umanitari, fra staff internazionale e personale locale, sia quello che già in precedenza operava per MSF, sia quello reclutato specificamente per l’emergenza. Senza dimenticare l’invio urgente di 100 tonnellate di aiuti medici e logistici. E oltre a MSF, come si diceva, altre realtà della cooperazione sono impegnate a prestare soccorso.

Insomma, le ONG, accusate dall’attuale esecutivo di essere complici dei trafficanti di uomini che alimentano l’immigrazione illegale, stanno in realtà mettendo in pratica sul campo quello che per il governo è semplicemente uno slogan acchiappa voti, il famoso “aiutiamoli a casa loro” con cui molti si lavano la coscienza. E lo fanno senza mettere mano ai soldi pubblici, ma grazie al sostegno di moltissimi cittadini sensibili e solidali.

Per questo sarebbe il caso di dare più risalto a queste emergenze umanitarie e alle persone che si muovono per fronteggiarle. Sarebbe un modo per far capire quali siano le difficoltà oggettive da cui fuggono molti africani. E per rendere giustizia alle ONG, che con la loro opera di supporto in loco evitano un numero incalcolabile di partenze di migranti diretti verso l’Europa. E non sarebbe male evidenziare che, dove le emergenze sanitarie mietono vittime a centinaia, nessuno si sogna di rifiutare i vaccini per timore di chissà quali effetti collaterali, anzi la popolazione va in massa a farsi vaccinare per evitare un contagio altamente probabile.

Infine, ma non ultimo, si dovrebbe evidenziare che cicloni di quella violenza, in Mozambico, si abbattevano molto di rado. Ora invece ne sono arrivati due nell’arco di poco più di un mese. Un ulteriore segno dei cambiamenti climatici, che in futuro renderanno queste emergenze ancora più frequenti e devastanti. Una situazione che farà aumentare in modo esponenziale i flussi migratori e la conflittualità che ne deriva, alimentata ad arte da politici in cerca di facile consenso.

Una vicenda come quella su esposta dovrebbe far capire che, invece di chiudere i porti alle persone in fuga, si dovrebbero prendere ben altre misure: ridurre i combustibili fossili, causa prima dei mutamenti climatici; investire in programmi di cooperazione internazionale per aumentare la resilienza delle nazioni a rischio; riconoscere il prezioso lavoro delle ONG, che suppliscono alle mancanze della politica.

Ovviamente nulla di ciò viene fatto, perché è molto più facile e remunerativo in termini di consensi ignorare certe situazioni e puntare il dito solo sulle conseguenze ultime delle crisi, cioè quando i disperati in fuga arrivano davanti alle nostre coste. Una strategia cinica e immorale, ma che finora pare funzionare fin troppo bene.

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