Israele: sempre Netanyahu

Da dieci anni in Israele finisce sempre così: di riffa o di raffa Benjamin Netanyahu riesce a vincere le elezioni e a rimanere alla guida del Paese. Bibì, come da sempre è soprannominato negli ambienti politici, pur implicato in una serie di procedimenti giudiziari, si mantiene comunque a galla. Immancabile, la regola è stata rispettata anche questa volta, sebbene il Likud, il partito conservatore di cui è leader, abbia conquistato gli stessi seggi dei centristi (il Blu e il Bianco) del generale Benny Gantz. Entrambe le formazioni ottengono 35 seggi, ma per governare ne occorrono almeno 61 (sui 120 totali della Knesset): Netanyahu è però in grado di coalizzarsi con tutte le forze della destra, mentre Gantz, anche unendo la sinistra e i due partiti arabi, si trova in ogni caso in minoranza.

La vera forza di Netanyahu è che Israele, nel corso degli anni, si è decisamente spostata a destra e il Likud rappresenta l’insostituibile perno di questo blocco conservatore. Bibì torna così per la quinta volta a ricoprire la carica di premier, superando, in quanto a permanenza al potere, persino David Ben Gurion, padre fondatore dello Stato ebraico. La prima volta fu nel 1996, quando a sorpresa sconfisse Shimon Peres e i laburisti, orfani di Yitzhak Rabin, assassinato da appena sei mesi. Dopo un triennio al governo, per un decennio fu all’opposizione: dapprima contro il laburista Ehud Barak, poi dell’esecutivo di unità nazionale guidato da Ariel Sharon (con Peres agli Esteri) e in ultimo del centrista Ehud Olmert, azzoppato da un grave scandalo. Tornato al potere nel 2009, da quel momento Bibì ha sempre vinto tutte le elezioni, anche se resta difficile inquadrarne il programma politico ed economico. Del resto, in Israele le elezioni si vincono sulla sicurezza e su questo terreno il Likud è tradizionalmente ben collaudato.

Nell’ultimo anno Netanyahu ha conseguito due risultati che gli hanno fatto guadagnare il sostegno dell’ultradestra religiosa. Gli Stati Uniti hanno spostato la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ed hanno avallato l’annessione del Golan, le alture al confine con la Siria. Da quelle montagne semidesertiche gli Hezbollah libanesi potrebbero tornare a bombardare le città del nord del Paese, mentre privi di quella piattaforma naturale non riescono a farlo. L’annessione di quest’area, conquistata nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni, pare dunque quanto meno comprensibile. Del tutto ingiustificata è invece l’appropriazione di Gerusalemme la cui vocazione è di essere Città Santa, aperta alle tre religioni monoteiste e non diventare esclusivo feudo israeliano.

Il fatto è che in Israele si assiste ad una deriva identitaria e confessionale sotto la sempre più marcata influenza degli ultraortodossi. Questa svolta nazional-religiosa rischia solo di accrescere le tensioni interne, dato che in Israele vivono 1,2 milioni di arabi, a tutti gli effetti cittadini israeliani, mentre il processo di pace con i palestinesi segna da tempo il passo. L’ipotesi dei due Stati, preconizzata dagli accordi di Oslo, ha peraltro perso quota, poiché Israele ha continuato ad inglobare nuovi territori palestinesi.

Dietro quella che sembra una prova di forza si cela in realtà il vero tallone d’Achille israeliano. Qualora tutta la Cisgiordania venisse assorbita, Israele si troverebbe di colpo in casa quasi tre milioni di palestinesi ed allora si aprirebbero due scenari: adottare una sorta di apartheid, facendo degli arabi dei cittadini di serie B, oppure, e sarebbe la cosa più probabile, essere obbligati a concedere pari diritti, annacquando inevitabilmente l’identità ebraica dello Stato.

Siamo di fronte – ironia della sorte – al vero paradosso degli integralisti, proprio il sogno della Grande Israele lascerebbe il Paese in balìa ad una crescita demografica favorevole ai palestinesi. Una classe politica avveduta dovrebbe pensarci in tempo, avviando un serio processo di pace; ma il breve termine sembra essere l’unico orizzonte. In Israele come altrove.

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