Istria, due verità scomode

Lo scorso 10 febbraio si è celebrata, come ogni anno dal 2004 quando venne istituita, la Giornata del ricordo, in memoria dell’esilio istriano-dalmata-fiumano. Gente costretta ad abbandonare per sempre i luoghi in cui era nata, quando l’Italia nel 1947 dovette cedere quelle terre alla Jugoslavia. Al ricordo è poi associata la tragedia delle foibe, le voragini carsiche ove migliaia di nostri connazionali trovarono la morte in seguito alla pulizia etnica perpetrata dalle milizie di Tito per cancellare dall’Istria qualsiasi presenza italiana. Duecentomila esuli e 10mila infoibati, il bilancio di questa tragica vicenda. Davvero colpevole la dimenticanza che per decenni aveva impedito di far luce su quei drammatici eventi della nostra storia. Un oblio dovuto da un lato alla volontà di non irritare l’universo comunista, e la Russia che vi stava dietro, dall’altro al timore di dar fiato all’estremismo di destra che non ha mai mancato di soffiare sul fuoco della demagogia.

Di certo, nonostante i decenni trascorsi, la vicenda è ancora scottante. E’ bastato che il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, dinanzi agli esuli, si facesse trascinare dall’entusiasmo, concludendo il proprio discorso con un “viva l’Istria e la Dalmazia italiane” per suscitare le immediate proteste di Croazia e Slovenia. Due Paesi che non si amano molto, ma che si trovano soltanto d’accordo nel minimizzare il retaggio della storia e della cultura italiana nella penisola istriana.

A questo punto conviene, a rischio di scontentare tutti, riaffermare due verità storiche. Da parte slava si continua a parlare di oppressione italiana durante il fascismo a giustificare la reazione che ha condotto alle foibe. Val la pena allora di sottolineare che certamente l’Italia fascista costrinse la minoranza slava ad italianizzare i propri cognomi e ne chiuse scuole e centri culturali; ma non venne praticata alcuna pulizia etnica. Prova ne è che nel 1945-46 gli jugoslavi erano ben presenti e pronti ad impadronirsi di quelle terre anche con la violenza e le stragi.

Il secondo aspetto su cui riflettere è quanto sia fuori luogo la difesa della causa istriana da parte dell’estrema destra che si richiama al fascismo. A costoro va ricordato che fu proprio il bellicismo fascista la causa della perdita dell’Istria. A dar fuoco alle polveri fu infatti l’aggressione alla Jugoslavia dell’aprile 1941, con cui vennero annesse al regno d’Italia la provincia di Lubiana e buona parte della Dalmazia, abitate in netta prevalenza da popolazioni slave e dove noi italiani eravamo una sparuta minoranza. Aver scatenato quel conflitto, essere entrati con la forza delle armi nel ginepraio jugoslavo, significò poi dover fronteggiare una reazione folle, feroce e sproporzionata. Come sempre accade da quelle parti.

Tutto questo non avrebbe avuto alcuna ragion d’essere senza il nostro improvvido intervento militare ed oggi Pola e Fiume sarebbero italiane esattamente come lo sono Gorizia e Trieste. Questi sono i fatti, scomodi finché si vuole, ma non meno veritieri. L’Istria non fu persa a causa del doppiogiochismo dei comunisti, fedeli più a Mosca che a Roma, o dell’inerzia dei democristiani, troppo proni alle richieste jugoslave. Il duro trattato di pace fu solo la conseguenza dell’avventurismo fascista e a pagare per tutti, un prezzo altissimo ed ingiusto, furono gli istriani, obbligati a un doloroso esilio o a morire nelle foibe.

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