23 marzo 1919, nasce il fascismo

Piazza San Sepolcro, nel centro di Milano a qualche isolato dal Duomo, é oggi un luogo del tutto sconosciuto ai più; durante il Ventennio era invece uno dei simboli, per eccellenza, del regime perché il 23 marzo 1919 vi era nato il movimento fascista. Quel giorno si tenne infatti  l’adunata dei Fasci di combattimento, chiamati a raccolta da colui che ne diverrà il capo indiscusso: Benito Mussolini. In quel momento, il futuro Duce era un giovanotto di trentacinque anni, ex socialista passato nelle fila interventiste, che godeva di una certa notorietà come direttore del Popolo d’Italia,  quotidiano da lui fondato qualche anno prima. All’appuntamento si presentarono non più di trecento persone, anche se poi, negli anni successivi, furono migliaia a  millantare la propria adesione alla prima ora del fascismo, per riceverne onori e prebende.

Nel manifesto fondativo del nuovo partito, il cui cui simbolo era un fascio littorio che si richiamava ai magistrati dall’antica Roma, si parlava di repubblica, di abolizione del Senato, di voto alle donne, di giornata lavorativa di otto ore, di salario minimo, di riforma agraria,  di fare grande l’Italia umiliata da quella “vittoria mutilata” che ci aveva privato di Fiume e della Dalmazia.

Una piattaforma che si potrebbe definire sinistrorsa, che tentava di mettere d’accordo le diverse anime del movimento: ex socialisti, mazziniani, futuristi, arditi, interventisti, repubblicani e nazionalisti. Forse la sola cosa che univa tutta questa gente era un certo anticlericalismo, di malinteso e vago stampo risorgimentale. Alle elezioni del novembre 1919, i fascisti però non riuscirono neanche ad entrare in Parlamento e di lì a poco vi fu una decisa svolta a destra, finanziata da agrari ed industriali in chiave antisocialista. A quel punto il manifesto di piazza Sansepolcro fu consegnato agli archivi.

Mussolini restò il leader di questa congrega ma non ne aveva il controllo assoluto, dovendo lasciare mano libera ai tanti capetti locali, impegnati in furiosi assalti alle Camere del lavoro e alle sedi socialiste. E così Italo Balbo a Ferrara, Roberto Farinacci a Cremona, Dino Grandi e Leandro Arpinati a Bologna, per non citare che gli uomini più in vista, spadroneggiavano imperterriti senza render conto a nessuno.  Di lì a poco cominciò il decollo verso la presa del potere e l’instaurazione della dittatura, fino alle leggi razziali e alla guerra che lasciò l’Italia in macerie. Un bilancio disastroso sotto tutti i punti di vista che pure è parte della nostra storia.

Di questa vicenda che tutti conosciamo fin troppo bene, può esser utile evidenziare due aspetti. Il primo è che, a un secolo di distanza, ogni volta, in qualsiasi parte del mondo, entra in scena un movimento autoritario e nazionalista, si parla di pericolo fascista. Il termine fascismo è diventato cioè una sorta di prototipo, impiegato, spesso impropriamente, per definire un generico estremismo di destra. Il secondo aspetto è che il fascismo prosperò in special modo nelle regioni rosse (Emilia, Toscana), penetrando solo scarsamente nel Veneto bianco, poco nel Mezzogiorno (salvo quando era già trionfante) e meno ancora nel Piemonte sabaudo. Qualcosa di simile accadde peraltro in Germania: il nazismo sfondò nei lander socialdemocratici ma non ebbe mai gran seguito in quelli democristiani come la Renania o la Baviera. Quasi che il vero antidoto contro il totalitarismo non siano tanto le forze di sinistra, che pure vi si opposero con coraggio pagando un prezzo altissimo, quanto una diffusa presenza del cattolicesimo moderato. Un dato su cui magari riflettere anche per le vicende di oggi.

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